Donnie, we’re sorry. Donnie, ci dispiace. Prendiamo a prestito una canzone dei
Fine Young Cannibals per trasmettere a
Donnie Darko, il protagonista del film omonimo di
Richard Kelly, e al suo regista, tutto il nostro dispiacere per questo sequel di un film che, a suo modo, è diventato un oggetto di culto. Donnie Darko aveva una sorella più piccola: era quella che ballava a scuola, al ritmo di
Notorious dei
Duran Duran, come possiamo rivedere in una scena che è uno dei pochi punti di contatto con il film originale. Ora siamo nel 1995, Samantha è cresciuta, e scorrazza in giro per l’America con una sua amica. Di tanto in tanto ha dei sogni, delle visioni. Così riesce a salvare un soldato prima che un meteorite precipiti e lo uccida. Da questo fatto scattano una serie di eventi concatenati, e di morti. Ma Samantha può tornare indietro nel tempo e cambiare gli eventi.
La scritta in sovraimpressione all’inizio del film ci mette già in guardia. Potrebbe essere tutto un sogno, ci dicono, lavandosi così le mani da ogni ricerca di plausibilità. Così il film procede confuso, vivendo su frammenti di racconto e di immagini più che su un flusso omogeneo. Frammenti che rimangono slegati, e non riescono mai a comporre un mosaico, a costruire una storia che abbia un suo senso. In questo modo non si riesce mai a creare quell’attesa, quella sospensione che aveva
Donnie Darko. C’è un conto alla rovescia verso la fine del mondo, c’è (immancabile e annunciato) l’uomo con la testa di coniglio. Ma tra i due film i nessi si fermano a questo.
È un film già visto,
S. Darko. Perché utilizza stili presi in prestito da altri registi, come le nuvole velocizzate di
Gus Van Sant e
Jonas Akerlund, o i ventilatori a pale appesi al soffitto di
David Lynch. Ma è anche un film mai visto, nel senso che presenta alcuni dialoghi da brivido e soluzioni che portano a un umorismo involontario. E si chiude con un cuore disegnato su un vetro, come se fosse un film di
Moccia. È uno scult che fa rimpiangere Richard Kelly, che come sceneggiatore in confronto a questo è
Sergio Amidei.
S. Darko qualche curiosità però la presenta. Come
Elizabeth Berkley nella parte di una super bigotta, nemesi del suo ruolo d’esordio di
Showgirls. È lei che, parlando di Gesù Cristo, lo definisce “grande e forte, abbronzato e pieno di muscoli”. Un riferimento a
Obama? E poi c’è una canzone: quella
Hobo Humpin’ Slobo Babe dei
Whale, inno rock alternativo del 1993, che ci annuncia come il revival degli anni Novanta, dopo quello anni Ottanta di
Donnie Darko, sia ormai iniziato. E questo ci fa sentire tutti più vecchi. Forse si sentirà così anche Richard Kelly, che ha annunciato di voler girare un suo seguito a
Donnie Darko. Donnie, ci dispiace, perché non torni a casa? Donnie, we’re sorry, won’t you come on home?