America, provincia, piccoli mondi fatti di piccole cose, almeno così sembra. Invece c’è posto per i grandi valori come per le grandi disonestà, per l’onestà e la furbizia, la nobiltà e la bassezza d’animo. Mike (Paul Giamatti) è un avvocato che conduce orami senza fini di lucro uno studio legale, mentre per hobby allena senza successo la squadra di lotta libera del locale liceo. Si ritrova ovviamente in difficoltà finanziarie e coglie al volo, per una volta nella vita, l’occasione ideale per una scorrettezza. Assume la tutela di un anziano assistito (un invecchiatissimo Burt Young) per incassare i soldi del sussidio, piazzandolo in una casa di cura. Non può immaginare che sta per ricevere la visita di Kyle, nipote del vecchio, un adolescente problematico in fuga da una mamma in riabilitazione, che spera di poter convivere col nonno. Si trova così costretto ad accudirlo, anche se il suo look suona inquietante per il provinciale contesto. Il ragazzo è educato e rispettoso ma evasivo e sfuggente, introverso anche se mai ostile. Mike scopre per caso che Kyle è un talento naturale nella lotta e lo fa allenare nella sua squadra, guidandola così a una riscossa inaspettata.
Ma gli ostacoli sono molti: oltre alla moglie di Mike, che guarda il ragazzo con estremo sospetto, finché anche lei non ne diventerà la più convinta sostenitrice, sarà la madre di Kyle a creare i maggiori problemi, quando sopraggiunge nella cittadina, decisa a fare soldi sulla situazione.
Thomas McCarthy, uno dei più interessanti registi indipendenti americani, scrive e dirige il suo terzo film, con un’inusuale ambientazione nel mondo della lotta libera (che si chiami wrestling o grappling) nella solita spenta provincia americana (qui siamo nel New Jersey). McCarthy, dopo diverse prove come attore, si conferma un autore sempre attento alle connessioni fra i personaggi, al gioco dei sentimenti, con il tema degli opposti che si toccano, degli estranei che imparano a conoscersi e a convivere, dei diversi che si accettano (basta fermarsi a scavare un attimo).
Win Win (questo è il titolo originale) è un’altra storia pervasa da quella tenerezza nei confronti di tutti i personaggi che già si riscontrava nel suo precedente, bel film,
L’ospite inatteso, senza dimenticare l’esordio con
The Station Agent. La riuscita del film si deve anche a un ottimo cast. Di
Giamatti non si può che confermare la solita bravura, ma non gli è da meno il resto degli attori. I due co-allenatori, grandi amici di Mike, due impareggiabili perdenti, sono interpretati da
Bobby Cannavale (Terry, il marito ossessionato dall’abbandono della moglie), mentre
Jeffrey Tambor è l’anziano e caratteriale Vigman. Da tenere a mente l’esordiente
Alex Shaffer (Kyle), che merita sicuramente altre occasioni. Rimarchevole la curatissima colonna sonora, composta da canzoni anch’esse di quel rock indipendente difficile da reperire, fra le quali segnaliamo la bella Think If You Can Wait dei The National. C’è da riflettere una volta di più su come certi attori diano il loro meglio ormai solo nei film a basso budget o nelle serie tv, con una leggerezza e naturalezza che solo l’esiguità dei mezzi sembra assicurare.
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