Il sangue dei vinti di Michele Soavi è al centro delle cronache, politiche più che cinematografiche, da mesi. La causa è l'"orribile revisionismo", espressione usata con orgoglio da Gianpaolo Pansa, autore del libro sul quale il film è basato, con cui tenta di riscrivere la storia della guerra partigiana, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Adesso, però, il film è stato visto e lo si può giudicare innanzitutto per la sua qualità artistica. Laddove ne avesse.
Il personaggio di Michele Placido, un poliziotto alle prese con un caso irrisolto di omicidio risalente proprio alla Seconda Guerra Mondiale, è il motore dell'intera vicenda. Attraverso dei flashback, Soavi mostra la sua sofferta impotenza di fronte al conflitto tra suo fratello, il partigiano Ettore interpretato da Alessandro Preziosi, e la sorella Lucia, repubblichina con il volto di Alina Nedelea, nella vita compagna del regista. A tormentarlo è anche il misterioso assassinio di una prostituta simpatizzante dei partigiani, sorella gemella (entrambe hanno il volto di Barbora Bobulova) di una famosa attrice teatrale dell'epoca che, invece, si accompagna ad alti gradi delle truppe nazi-fasciste. Sopra di loro, gli aerei americani che, come divinità incuranti, impongono il proprio volere e i propri giudizi sulle indifese vittime italiane.
L'ambiguità ideologica del film è evidente. Ma è la faciloneria e la grossolanità con cui essa è stata portata sullo schermo ad essere insopportabili per lo spettatore (a prescindere dalla propria appartenenza politica).
La regia di Soavi, anzitutto, è parente lontanissima di quella a cui questo regista, uno dei migliori in Italia dal punto di vista formale, ci ha abituati in film come il suo ultimo, bellissimo e sottovalutato Arrivederci amore, ciao. Di certo l'impostazione «da fiction» con cui il film è stato confezionato, può aver giocato un certo ruolo in questo aspetto. Ma si tratta di un alibi davvero poco convincente.
La sceneggiatura, poi, è incapace di andare oltre metafore troppo esplicite per non risultare imbarazzanti. Passino, a malapena per la verità, i già visti ed iper-convenzionali «fratelli coltelli». Ma le due gemelle, anch'esse sui due opposti fronti, sono una didascalia francamente banale e non richiesta. Gli attori, infine, danno l'impressione, quasi tutti, di tentare continuamente di rendere credibili dialoghi e situazioni altrimenti inaccettabili. Ma se anche un attore navigato come Michele Placido fallisce miseramente in questo tentativo, evidentemente il danno alla fonte era troppo grave per porvi rimedio.
L'"orribile revisionismo" di Pansa anima, quindi, un film decisamente molto brutto. E gli sconfitti (pardon: i "vinti"), quindi, sono solo gli spettatori.
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Un film pessimo, scritto e diretto molto male e recitato anche peggio, veicola un revisionismo insopportabile e scorretto
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