Dal 1968 ad oggi, chiunque abbia portato sullo schermo una storia di possessione demoniaca, si è dovuto confrontare con due film di riferimento, due pellicole seminali che, volenti o nolenti, hanno finito per influenzare sia il filone del “possession movie” americano che la corrente del demoniaco italiano degli anni 70 ed 80:
Rosemary’s Baby di
Roman Polanski e
L’Esorcista di
William Friedkin. Nel corso degli anni, registi e sceneggiatori hanno, infatti, ripreso temi e stilemi di questi due capolavori cercando, però, nel limite del possibile, di rinvigorire il genere con elementi originali. Un esempio, in questo senso, è rappresentato dal recente
L’ultimo esorcismo di
Daniel Stamm, film non perfetto che però cerca una strada “originale” (soprattutto dal punto di vista stilistico) nella rappresentazione della possessione diabolica. Originalità che, invece, manca del tutto a
Il rito, vero e proprio rip off dell’
Esorcista che, nonostante si basi sul libro di
Matt Baglio “
Il Rito – Storia vera di un esorcismo”, nei pochi momenti che funzionano, fa veramente gridare al plagio.
La storia ha come protagonista Michael Kovak (
Colin O’Donoghue), un giovane figlio del proprietario di un’impresa di pompe funebri, ha conosciuto la morte fin da piccolo, sviluppando con essa una morbosa vicinanza. Ma questa non è certo la vita che il giovane desidera. Perciò, una volta terminato il liceo, sceglie l’unica strada che gli sembra percorribile: frequentare il seminario per diventare prete. Man mano che prosegue gli studi però, i dubbi lo attanagliano e Michael decide di abbandonare. Per offrirgli una seconda chance, il suo insegnante gli pone così una sfida: andare a Roma e frequentare un “corso di addestramento” per esorcisti. Qui, Michael incontrerà Padre Lucas (
Anthony Hopkins), assisterà per la prima volta a casi di possessioni demoniache e dovrà fare i conti, una volta per tutte, con la sua fede. Ambientato in una Roma da cartolina, piena di gatti, ristorantini e vigili urlanti, Il Rito cerca di riproporre la tematica cardine del film di Friedkin (la fede, in senso lato), spogliata, però, di quella profonda ambiguità che, invece di proporre facili risposte (a proposito: il film è nettamente filo-clericale), alimentava, giustamente, i nostri dubbi.
Mikael Håfström, già autore di
1408 (uno dei migliori adattamenti cinematografici di
Stephen King), dimostra di non essere troppo a suo agio con “l’eterna lotta tra il Bene ed il Male” e costruisce un film narrativamente molto fragile (molti i passaggi a vuoto), con personaggi monodimensionali (Hopikins, addirittura, è una macchietta) e che non riesce mai (tranne un paio di suggestioni, come detto, in “odor di plagio”) ad essere veramente inquietante.
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rip off di L'Esorcista
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