New York, un mondo a parte. Una città stato tra Atene e Metropolis, uno stato d’animo e di appartenenza. Ha i suoi cantori e poeti (Allen, ma anche Kaufman per dirne due), i suoi amanti- abitanti, i fan sfegatati. Se la metti in un film diventa splendida protagonista, spalla per bravi attori, tavolozza per raffinati registi. Difficile descriverla e riprenderla, devi entrarci dentro.
Ed è quello che è riuscito a fare il buon David Koepp, qui regista e cosceneggiatore (tra gli altri ha scritto Carlito’s way, Jurassic Park, Mission Impossible, Spider Man, La guerra dei mondi, diretto Echi Mortali e Secret Window) alle prese con un linguaggio non suo di cui ha saputo essere interprete dolce e raffinato.
La storia sembra presa di peso dal Ghost di Jerry Zucker e dall’Asso di Castellano e Pipolo con Celentano, ripercorrendo tutta la tradizione di fantasmi romantici della tradizione moderna. Greg Kinnear (così bravo da non essere considerato abbastanza da Hollywood, ma noi italiani nelle prossime tre settimane lo vedremo altre due volte: nel mediocre Baby Mama e nel bellissimo Flash of Genius) diventa ectoplasma dopo una sfortunata serie di coincidenze: distratto dalla brillante conversazione con l’amante, evita agilmente un condizionatore che gli sta cadendo addosso causa installatore incapace e compratrice distratta, ma lo fa con un passo indietro. In strada. E un autobus lo prende in pieno. Rimarrà nel limbo dell’invisibilità terrena per tormentare la moglie, l’archeologa Tea Leoni (a volte ritornano) a cui egoisticamente vuole impedire di rifarsi una vita con un uomo migliore di lui. Magari offrendole come sostituto il misantropo dentista, novello Scrooge (variazione snob del personaggio di Dickens), Ricky Gervais.
Quest’ultimo è morto per sette minuti durante un’operazione e questo viaggio di andata e ritorno gli ha dato un dono: parlare con i fantasmi, appunto. Il più assillante è proprio Kinnear e questa strana coppia, Ricky sempre in camice e Greg sempre in smoking, ne farà delle belle, riscoprendo la propria umanità perduta: il fantasma sociale e quello vero si trovano, nelle loro diversità e nell’amore comune per la stessa donna. E attorno a loro, a questo balletto intimo e un po’ egoista, una folla di morti consumati dal senso di colpa, zavorra che li tiene a Terra.
Anime in pena a New York – si fa fatica a non pensare a una metafora appena accennata di quel maledetto 11 settembre 2001 – che cercano il riscatto, attraverso l’unico che li veda e li ascolti, presso amici, parenti, coniugi, figli e nipoti con l’ultimo gesto, parola, regalo che non hanno potuto fare. Struggente ma mai lacrimevole, divertente (vedi l’esame dentario alla mummia, la goffa conversazione a tre nel salotto della vedova tradita o le chiacchierate tra i due, con Gervais preso per un pazzo che parla da solo) e spesso arguto.
Non un capolavoro, ma un film buono che tecnicamente, creativamente e psicologicamente regala emozioni e riflessioni senza strafare. E poi a noi New York piace così: anche se per amarla e raccontarla, al cinema, non puoi fare a meno dell’occhio di Woody Allen. E qui di lui c’è parecchio, più nello spirito e nello stile che nelle citazioni.
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New York dall’11 settembre 2001 è popolata da 2.996 fantasmi. La dolce e arguta malinconia di questo film non ne parla ma, forse, ce li mostra
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