Un buon critico deve osservare sempre una regola semplice ma profondamente difficile in un’arte emotiva come il cinema: spogliarsi dei propri pregiudizi, dei ricordi di film passati. Chi scrive, ci prova. Così ha potuto commuoversi a La ricerca della felicità di Gabriele Muccino, entusiasmarsi con il capolavoro The Kingdom di Lars Von Trier, e trovare tante altre chicche in cinematografie che spesso erano state foriere di delusioni.
Greg Mottola non è un maestro di cinema, ma certo Superbad (pardon, Suxbad- Tre menti sopra il pelo, sigh) non deponeva a suo favore. Per questo trovare Adventureland, un piccolo gioiello nostalgico e dolce, è una sorpresa ancora più bella. Mottola trova nella sua vita una lunga estate bizzarra e ce la racconta. Torna al 1987, e a ricordarcelo sono INXS, Cure, Lou Reed e niente di meno che Rock me Amadeus, mitica hit alemanno-coatta che solo la “generazione di fenomeni” nata a fine anni ’70 e cresciuta negli ’80 ricorda con un moto di commozione.
Torna alla sua estate post-laurea, quando sognava tre mesi in Europa di alcol e sesso come premio per i successi scolastici. Aspettative deluse dai genitori (un po’ tirchi, un po' decisi a dargli una lezione di vita) che rigettano il suo preventivo e lo spingono a cercarsi un lavoro. Noi ci godiamo questa piccola odissea, Greg si racconta attraverso il tenero James (Jesse Eisenberg, bella faccia da nerd) e che ci sarà da divertirsi lo si capisce fin dalla goffa ricerca del lavoro estivo: nessuno vuole uno con le mani senza calli e il curriculum senza esperienze lavorative. Lo salva, si fa per dire, Adventureland, parco divertimenti in cui il vero spasso sono i suoi lavoratori: giovani (o mai cresciuti), non sempre carini e fino ad allora disoccupati, sono tutti un po’ matti e molto sfigati. E James che è entrambi, ci sguazza. Anche se il lavoro è abbastanza umiliante e decisamente precario, le magliette-divisa sono inguardabili (sembrano cartelli da studio oculistico, con la parola Games scritta più volte e a dimensioni progressivamente minori) e se i primi giorni sono un inferno, diventeranno preso i migliori mesi della sua vita.
Sarà per l’amicizia-rivalità con Ryan Reynolds (quando Hollywood si accorgerà che è un fenomeno, sarà sempre troppo tardi), per la sua banda di amici e colleghi che più strani non si può, per il sogno d’amore Kristen Stewart -lo sguardo (in)dolente più sexy che c’è- che rischia di perdere perché non sa smettere di sognarla neanche quando ce l’ha davanti e perché non c’è nulla di più pericoloso del vedere esauditi i propri desideri.
Mottola costruisce un puzzle autobiografico, una stagione dell’amore e del gioco che sembra assurda e piena d’ostacoli, ma che è l’inconsapevole età dell’oro di un adolescente che sta diventando adulto. Tutti noi abbiamo vissuto quella linea d’ombra, quei momenti goffi, difficili, esaltanti, abbiamo avuto un lavoro grottesco e una ragazza bellissima, quel momento magico in cui non sei nulla o nessuno, ma hai il mondo nelle tue mani e che ti lascia tanta nostalgia canaglia. Quella che in questi tempi cupi è diventata una droga per i trenta-quarantenni di oggi. Lo spleen di Adventureland è quella di una commedia sentimentale giovanilistica unita a quello di certe canzoni di Vecchioni (Amici miei e Luci a San Siro). Sembra assurdo, ma se Mottola lo avesse sentito, avrebbe messo in colonna sonora almeno le strofe “Dove saranno gli amici miei, quelli del tempo che c’era lei…” o “Ridammi indietro la mia Seicento, i miei vent’anni e la ragazza che tu sai…”. Perché per dirla con Renato Zero, quelli rimangono sempre “i migliori anni della nostra vita”.
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I migliori anni della nostra vita, stringimi forte che nessuna notte è infinita…
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