Della marea di articoli che hanno inondato la rete web a seguito dell’uscita di Antichrist, film-choc fra i più discussi del momento, a cui la stampa (Moviesushi compreso) ha reagito in gran parte in malo modo, suscita particolare interesse quello apparso su Cinepressa - blog fra il contro informativo e il provocatorio, che ha per tema il cinema e per sguardo un’analisi socio-politica su com’era e com’è diventato.
Dopo un agguerrito post contro il cinema didascalico, rappresentato dai vari Eastwood e da quelle (s)manie di voler puntualmente usare i film per lanciare al pubblico uno o più “messaggi”, Cinepressa riflette ora sul perché un’opera come Antichrist sia risultata tanto scandalosa o disturbante. La risposta punta l'obiettivo contro l’opinione comune di critici e giornalisti, spezzando una lancia a favore del fischiato regista – anzi tre, essendo tanti appunto gli snodi concettuali in cui si articola l'argomentazione, che parte con il mettere subito in dubbio la questione di Lars Von Trier depresso e della sua presunta “film-terapia”: “Non prendersi sul serio, manipolare lo spettatore è proprio il suo modo di lavorare: Von Trier gioca a fare l’antipatico, è autoironico e superbo (“Io sono il più grande regista del mondo”, ha risposto in conferenza stampa ai giornalisti che lo criticavano)” (…) Altro motivo di disturbo è lo smontaggio del meccanismo cinematografico (…) L’ultimo equivoco che porta al fraintendimento è l’uso che si fa dell’immagine (…) Antichrist si iscrive nella lista dei film mentali”.
Potere spiazzante di un film "mentale" capace di agire sull'inconscio e scavare oltre, scioccando e provocando anche più del voluto, oppure ennesima presunzione di un cinema che quando prova a uscire fuori dai binari del banale finisce per scivolare su pseudo-filosofie e sproloqui (anche in termini visivi) fini a se stessi? That is the question, direbbe Shakespeare.