È film di una onestà intellettuale sconcertante. Stiamo parlando di Qingnian (Youth – Giovinezza) dal cinese Geng Jun, qui alla sua seconda prova cinematografica. Il film in concorso di Geng Jun rappresenta un caso interessantissimo nella realtà del cinema indipendente. Per il regista il primo obbiettivo da raggiungere era quello di riuscire a catturare il “Realismo”. Il senso della verità che esiste davanti la telecamera. Non dietro. Tre anni di lavoro per raccogliere le storie degli amici stretti del regista, che lui stesso ha trasformato in attori, e raccontarle in un film corale. Youth è un continuo work – in progress. Un divenire (la) storia. Attraverso una sceneggiatura che muta in base a ciò che accadeva realmente durante il tempo di lavorazione. Un progetto per queste motivazioni “impossibile”, ma venato di un fascino intrinseco assoluto. Un film unico.
Come nasce questo film?
Ha a che fare con la mia vita. Vivo a Pechino, nella capitale, ma sono cresciuto in una piccola provincia, Hegang, nella regione di Heilongjiang. La mia famiglia è rimasta a vivere lì, esattamente come i miei amici, e ogni volta che mi capitava di tornare a casa, per le feste o altre ricorrenze, loro mi raccontavano delle storie. Poi, quando tornavo a Pechino ripensavo a quelle storie e così ho voluto farne un film. In tre anni di lavoro i personaggi, le storie e le loro vite sono cambiate molto. Non è stato facile stare dietro a tutto. Ma ho cercato di catturare la verità di una società in cambiamento.
Come mai ha scelto di utilizzare una telecamera digitale. Ha a che fare con il tema del film?
Devo dire che nel cinema indipendente la telecamera digitale è una scelta abbastanza obbligata. Soprattutto per i costi molto bassi. Qui il digitale e l’alta definizione permettono un realismo maggiore delle scene. Permette di avere una ripresa decisamente realistica, che poi era ciò che più mi premeva.
Nel film accadono molte cose e ci sono vari personaggi che si alternano. Quale è stato il criterio di lavoro utilizzato in sceneggiatura?
Le figure principali sono tre. Cui ruotano intorno vari altri personaggi. Per combinare il tutto ho pensato che ogni storia dovesse contenerne un’altra. Così da creare la giusta continuità. Una specie di meccanismo come quello delle scatole cinesi.
Quella rappresentata è una Cina periferica, sembra dimenticata. Lontana dal fasto di certi altri film. Cosa significa questa scelta?
Avendo amici che vivono lì, ed essendo in alcuni casi le stesse persone protagoniste delle storie che mi raccontavano, mi è sembrata l'unica cosa da fare. Sono sicuro che se avessi aspettato, probabilmente il film sarebbe cambiato.
A quale cineasta si è ispirato?
In generale al Neorealismo italiano, direi... A De Sica, ma anche a Kusturica, devo ammettere. Da quest’ultimo ho cercato di catturare l’umorismo con cui filma la vita di tutti i giorni. Il suo approccio alla vita, e al cinema, mi piace molto. E come lui volevo toccare il paradosso.
Dove pensa stia andando la nostra generazione di trentenni?
Credo che quello che ci accomuna tutti sono i media. L’influenza che hanno su di noi, sulla gente e sull’immagine. Proprio questo aspetto è fondamentale, i media ci suggeriscono l’idea del “vedere e non toccare”. Creano il desiderio. Dove stiamo andando in questa direzione non so dirlo, sinceramente. C’è indubbiamente una differenza di punti di vista tra coloro che vivono nella metropoli e coloro che vivono nella provincia o in periferia. Lo sviluppo economico è partito proprio dalla città, poi si è andato via via allargando verso la periferia. Questo ritardo cambia le vite delle persone.
Il suo film punta l’attenzione sul lavoro. Può essere letto anche come prodotto della crisi economica mondiale?
Sì, in un certo senso. Per fare una battuta, direi che da noi la crisi è arrivata prima! Hanno chiuso molte miniere di carbone che davano lavoro a molti giovani. Il film voleva esprimere anche questo disagio.
Ancora sul digitale e le nuove tecnologie. Dove crede che stia andando, invece, il Cinema?
Ma in effetti non credo che il digitale o le nuove tecnologie come il 3-D cambieranno molto il Cinema in senso stretto. Credo che l’importante sia il contenuto e ciò che si vuole esprimere. Molti registi indipendenti come me si stanno proponendo fuori dal Paese in concorsi e manifestazioni. Il problema è la distribuzione. Lo è sempre. Una buona distribuzione aiuterebbe tutto il Cinema e per primo proprio quello indipendente.
Quando si raggiunge un vero realismo nel Cinema?
Si raggiunge il realismo quando il Cinema riesce a trasmettere il gusto della vita.