Un nome come quello di
Nanni Moretti è scomodo, specialmente per chi è stato chiamato a sostituirlo alla direzione di un festival che il noto regista, negli ultimi due anni, ha fortemente contribuito ad affermare e rendere riconoscibile nel panorama internazionale.
Gianni Amelio, l’uomo cui è toccato questo difficile onere, nel ringraziare il collega per aver contribuito, con il suo lavoro, “
a sviluppare un’identità ben definita per il Torino Film Festival, non confondibile con quella di altre rassegne, almeno italiane”, ricorda che “
la ricchezza di tale identità va ampliata perché non sia perduta”. E così, mentre Moretti sarà impegnato sul set di
Habemus Papam, suo prossimo progetto che lo ha costretto a rinunciare alla direzione, la sua «creatura», dal 13 al 21 Novembre, vivrà un’edizione particolarmente rigogliosa sia a livello quantitativo, ben 254 i titoli presentati, tra cortometraggi e lungometraggi, sia a livello qualitativo.
Conservando la propria vocazione alla ricerca di sguardi nuovi e nuova linfa alla Settima Arte, il Torino Film Festival darà spazio, nel Concorso e nelle sezioni collaterali, a opere prime e seconde ma anche a quelle che Amelio definisce “opere terze”, ovvero “pellicole di registi che hanno già esordito in passato con lavori pregevoli ma poco visti dal pubblico per problemi distributivi, cui viene data una nuova ribalta. In Concorso, quest’anno – continua Amelio – sarà la volta della commedia francese, unica commedia pura della rassegna, Le roi de l’évasion di Alain Guirandie”.
E l’attenzione privilegiata della kermesse piemontese alla sperimentazione e al rinnovamento, non limitata ai soli esordienti, si configura, da quest’anno, in un premio ben preciso, il Gran Premio Torino, “assegnato a quei registi e quelle case di produzione che hanno portato, con i propri lavori, ad un arricchimento sostanziale del linguaggio cinematografico e delle sue modalità espressive”, come spiega lo stesso direttore. I premiati di quest’anno saranno Emir Kusturica, omaggiato anche con la proiezione della versione integrale (di circa sei ore) del suo capolavoro Underground, e l’American Zoetrope di Francis Ford Coppola, del quale sarà presentata l’ultima opera, Tetro - Segreti di famiglia, melò indipendente di ambientazione familiare, tema da sempre al centro della filmografia del regista americano.
Oltre al Concorso, la sezione che presterà maggior attenzione all’innovazione sarà il Fuori Concorso, ribattezzato Festa Mobile e suddiviso in due percorsi alternativi ma complementari: Figure nel paesaggio (per le opere di fiction) e Paesaggio con figure (per i documentari). Una ridenominazione “resa necessaria – sottolinea il vice direttore Emanuela Martini – dall’obsolescenza di certe distinzioni, come quella tra fiction e documentario, in un’epoca cinematografica caratterizzata, invece, dall’ibridazione di generi, formati, stili”.
Oltre a presentare pellicole molto attese come l’ultimo lavoro di François Ozon (Le refuge) e Non ma fille, tu n’iras pas danser di Christophe Honorè, grande successo di pubblico in Francia, dove è uscito a Settembre, con Chiara Mastroianni probabile candidata ai Cesar (gli Oscar francesi), i 21 titoli di Figure nel paesaggio punteranno prevalentemente sui generi e le loro evoluzioni più recenti.
“Anche noi – prosegue la Martini – come le Giornate degli Autori a Venezia, punteremo i riflettori sul ritorno del genere horror, con ben tre titoli, uno australiano (The loved ones di Sean Byrne), uno canadese (Pontypool di Bruce McDonald) e uno tedesco (Record 12 di Mario Conte e Simone Wendel), a segnalare una rinascita che sta avvenendo al di fuori degli Stati Uniti”. “Presenteremo, poi – continua – il primo film d’animazione diretto dal geniale Wes Anderson, Fantastic Mr. Fox, caratterizzato, inoltre, da un cast di doppiatori d’eccezione con nomi quali George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray, Adrien Brody e un musical ungherese «rockettaro» (Made in Hungaria) travolgente e ambientato negli anni ’60”.
Proprio la musica sarà, inoltre, il fil rouge che attraverserà questa 27ª edizione del Torino Film Festival, che si aprirà con Nowhere boy, sulla gioventù di John Lennon, diretto dall’artista visivo Sam Taylor Wood, per poi chiudersi con Lulu & Jimi di Oskar Roehler, che la Martini descrive, suscitando molto più di un semplice interesse, come una sorta di “melò nello stile di Douglas Sirk che sembra diretto, però, da John Waters ma dedicato, dal regista, a «David L.», cioè David Lynch, e che racconta la storia d’amore tra due ragazzi e gli ostacoli che essa deve affrontare con il sostegno della musica di Elvis Presley”.
Lo spirito di ricerca continua della manifestazione, di attenzione agli sguardi meno convenzionali e alle direttive, narrative e visive, più inattese del cinema, trova, poi, piena realizzazione nella sezione più «estrema» del festival, denominata Onde. “I film che presenteremo in questa sezione – spiega Massimo Causo, il curatore – offriranno esempi di forte sperimentazione in merito a fenomeni particolari della Settima Arte”. “Il 3D, ad esempio – continua – sarà quello di Ken Jacobs, icona visionaria del cinema americano, con il suo Anaglyph Tom. Poi ci saranno i Ga-nime, evoluzione dei tradizionali anime giapponesi, che coniugano pittura, musica, letteratura e videogame”.
Scelte rigorose ma mai snob, dettate da un’«onnivoracità», termine utilizzato dallo stesso Gianni Amelio, aperta al pubblico e alla molteplicità dei suoi approcci al mondo del cinema, sotto il segno di una passione che non ha nulla di snobistico.
Passione e rigore che contraddistinguono anche i due nomi protagonisti delle retrospettive di quest’anno: Nicholas Ray e Nagisa Oshima. “Abbiamo scelto due registi – racconta Amelio – che hanno fortemente influenzato le loro rispettive generazioni di cineasti. Oshima, in particolare, ha significato moltissimo per me e per la mia carriera, dopo aver assistito alla storica retrospettiva che gli dedicò il Festival di Pesaro nel 1971 dalla quale uscii profondamente cambiato. La sua opera sarà presentata integralmente e omaggiata dalla preziosa presenza di Charlotte Rampling che ricorderà la sua esperienza con Oshima sul set di Max, mon amour”.
L’identità del Torino Film Festival, improntata ad un’attenzione al futuro che, coerentemente, si svela potente anche nei suoi sguardi al passato, è confermata ulteriormente dall’iniziativa del Torino Film Lab, vero e proprio laboratorio nato per sostenere, anche economicamente, opere prime e seconde di talenti emergenti del panorama mondiale. “Si tratta – spiega Alberto Barbera, promotore dell’iniziativa – di un processo non limitato al semplice finanziamento ma articolato in tre fasi: 1) training, con dei tutor chiamati ad aiutare i giovani autori a sviluppare le loro idee; 2) development, rivolto a progetti già sviluppati, in cerca di finanziamento per dare il via alla pre-produzione; 3) final meeting, in cui i progetti migliori saranno premiati con un fondo di produzione finanziato da varie istituzioni che abbiamo convinto a partecipare”.
Un’iniziativa, quella del Torino Film Lab, nata nel Marzo del 2008 e che ha già all’attivo cinque film in produzione, tra i quali l’italiano Le quattro volte di Michelangelo Frammartino.
Coerenza, lucidità, rigore, passione.
Aggettivi che sembrano perfetti per descrivere il cinema di due cineasti nostrani, Moretti e Amelio, e che rappresentano anche le linee-guida di un festival che, in pochi anni, è riuscito ad affermarsi come unico in Italia, grazie anche ai loro sforzi.