Tra i tanti film che prendono in esame il dolore di una perdita e di una separazione, ce n’è adesso uno che ne stravolge i connotati “umani” e affronta il tema dal punto di vista di un cane. Hachiko: A dog’s story è la nuova opera di Lasse Hallstrom, il regista svedese due volte candidato all’Oscar (per Le regole della casa del sidro e Chocolat), che torna al Festival di Roma due anni dopo The Hoax – L’imbroglio. E di nuovo porta alla kermesse romana Richard Gere, ancora protagonista in un suo film, questa volta nei panni di un uomo che “adotta” un cane trovato per strada e stabilisce con lui un legame talmente speciale da superare i limiti della vita stessa.
“Una love story a tutti gli effetti”, ha dichiarato l’attore alla presentazione del film, “Molte persone magari si vergognano e preferiscono parlare di amicizia, ma la storia parla di amore, certo inteso come quella bellissima qualità interna al nostro essere che trascende la natura del rapporto instaurato con l'altro”. Gere ha sia un cane che un figlio di 9 anni, tanto che proprio a quest’ultimo e al pubblico della sua età ha pensato quando ha deciso di prendere parte ad Hachiko. “Ma mi sbagliavo", ha ammesso, "perché dopo averlo fatto ci siamo resi conto che era tutto fuorché un film per bambini”.
L’attore, che lo scorso 31 agosto ha compiuto sessant’anni, afferma che infatti su di lui la storia ha avuto un effetto particolare, lo ha commosso e si è impossessata della sua anima. “È una di quelle storie che ti entrano dentro misteriosamente. Ha a che fare con la lealtà, la compassione, l’amore, cose che rappresentano ciò che tutti siamo veramente, ecco perché credo che il film funzioni dal punto di vista archetipico e inconscio. Ha in sé qualcosa di spirituale”.
E a proposito di spiritualità, come non parlare anche della tanto chiacchierata sua fede buddista, che naturalmente ha influenzato anche il modo di percepire la storia e il personaggio principale. “La storia proviene dal Giappone e ha un suo retroterra filosofico e spirituale che mi appartiene. Dal mio punto di vista era fondamentale trovare un bozzolo spirituale dentro cui sviluppare la storia”. Ma nonostante i suoi 60 anni è anche vero che l’attore americano non può sentirsi anziano come il protagonista della storia orientale: “Penso sia più interessante dal nostro punto di vista, quello di un uomo che non è alla fine della sua vita, ma che ha ancora davanti a sé tante possibilità e opportunità che all’improvviso vengono spezzate”.
Il film ne ha così guadagnato in drammaticità, anche se Gere spiega come la parola d’ordine sua e del regista fosse “semplicità”. “Anche in fase di montaggio abbiamo tagliato diverse scene, perché volevamo che tutte fosse il più semplice possibile. È stata una scelta coraggiosa perché la semplicità paga se ha dietro un materiale narrativo forte, che funzioni anche senza giochi di cinematografia. Volevamo fosse come raccontarsi una storia intorno ad un falò”.
Inevitabili sono anche le domande sulla situazione attuale del mondo e degli Stati Uniti, temi sui quali è interessante conoscere il parere di un occidentale come lui, così "affezionato" anche al mondo dell'Oriente. Su Obama premio Nobel per la Pace ne è convinto, trattasi di “un modo per incoraggiarlo e ricordargli per quale motivo è stato eletto. Quella sedia tende a rendere tutti i presidenti uguali tra loro, ma Obama deve ricordarsi che è stato eletto proprio perché diverso da quel negativo status quo”. Certo la situazione internazionale non sembra propriamente lasciare spazio alla pace, ma per Gere l’ottimismo continua ad essere la chiave di volta per affrontare la vita: “succedono lsempre e cose migliori quando si è ottimisti. Le realtà delle nostre vite ci dicono che siamo interconnessi. E se interiorizziamo questo concetto credo che potremo guadagnarne tutti e crescere anche come razza”.