È sicuramente il regista più prolifico del nostro paese, l’unico capace di far uscire nelle sale un film l’anno.
Dopo aver guardato al passato con
Il papà di Giovanna del 2008 e
Gli amici del bar Margherita del 2009, quest’anno
Pupi Avati ha deciso di gettare il suo sguardo leggero, ironico ma non per questo indulgente sull’Italia di oggi con Il figlio più piccolo.
Protagonista è un classico «furbetto del quartierino», figura al centro delle cronache recenti e ormai ben nota nell’immaginario del Belpaese, il quale, per salvarsi da un crack finanziario, logica conseguenza delle nefandezze compiute fino a quel momento, prova a far ricadere colpe e responsabilità dei propri affari sporchi sul figlio da lui abbandonato molti anni prima, sfruttando la sua ingenuità ed il suo amore per quel padre mai dimenticato.
Onorando una tradizione che conta nomi del calibro di Diego Abatantuono, Carlo delle Piane, Antonio Albanese ed Ezio Greggio, Avati ha scelto un attore brillante come Christian De Sica (trovate qui le sue dichiarazioni sul film) per interpretare il ruolo drammatico di questo affarista farabutto. Un personaggio che rappresenta drammaticamente il presente del nostro paese, come lo stesso regista bolognese ha spiegato nel corso della conferenza stampa, alternando l’ironia e la serietà che contraddistinguono il suo cinema.
È possibile sostenere che, con Il figlio più piccolo, si chiude un piccolo ciclo della sua cinematografia dedicato al tema della famiglia?
Proprio così. Questo è il terzo film incentrato su una figura paterna dopo La cena per farli conoscere e Il papà di Giovanna.
Questa volta ho portato sullo schermo un padre più infame rispetto a quelli dei due film precedenti, una scelta legata al voler ambientare questo film nel nostro presente che trovo davvero indecente. Non mi riferisco soltanto alla politica, senza dubbio una «cattiva maestra» che, però, alcuni usano qualunquisticamente come capro espiatorio. Non ho mai voluto fare un film di denuncia poiché ho sempre pensato che, prima di criticare qualcuno si debba guardare se stessi. Ma di fronte a certe cose dell’Italia di oggi, al fatto che, ormai, si viene giudicati solo in base a quello che si possiede, non si può restare a guardare.
Pensa che ci sia un possibile rimedio a questa situazione?
Credo che l’unica strada percorribile sia la rivalutazione dell’innocenza, dell’ingenuità, scusate il termine, più «cogliona». È questo l’unico valore al quale ricorrere per «resettare» completamente questo mondo, gettando tutti i suoi valori e ripartire da zero tornando a credere negli altri.
Imposterò la mia stessa vita su questo presupposto, iniziando a frequentare solo persone di questo tipo, che credono esclusivamente nei sogni e nel fatto che tutto può accadere.
E, con il mio cinema, d’ora in poi mi occuperò principalmente di questo presente così preoccupante, perché ritengo che vada sorvegliato con molta attenzione.
Quanto si è ispirato, dunque, alla cronaca reale del nostro paese per la storia raccontata ne Il figlio più piccolo?
Moltissimo, soprattutto per quanto riguarda certi dettagli della vicenda dei personaggi di Christian De Sica e Luca Zingaretti, che attinge a mani basse dalla storia d’Italia recente.
Ad esempio: in una battuta, il personaggio di Christian dice che se deve soggiornare in un albergo, non prenota una camera ma compra l’albergo intero. Ebbene, è successo davvero che un signore di nemmeno quarant’anni si è presentato in un hotel sulla riviera romagnola e, anziché prendere una camera, l’ha acquistato!
E ancora: il ragionamento assurdo compiuto dal personaggio di Zingaretti verso la fine del film, su come riuscire a trasformare un debito di 56 milioni di euro in un credito di 74 milioni, è stato scritto sulla base di alcune indicazioni suggerite da veri consulenti finanziari. È tutto vero e lo hanno già fatto! [Ride]