E' stato annunciato quest'oggi il programma ufficiale del 66° Festival del Cinema di Venezia, alla presenza del direttore artistico Marco Muller e del Presidente della Biennale Paolo Baratta. Se sul piano dei nomi e dei titoli (di cui vi abbiamo già parlato qui) le prospettive sembrano nettamente più convincenti rispetto all'edizione scorsa, a convincere molto poco sono invece proprio le dichiarazioni dei due organizzatori, che altro non hanno fatto che confermare un'immagine poco esposta, troppo politically correct, quasi spaventata nonché contraddittoria di quella che è una delle principali vetrine per la cultura italiana e internazionale.
Davvero molto istituzionali e poco incisive sono state le prime parole del Presidente della Biennale, che nonostante sia stato preceduto non solo da un lungo intervento di Sergio Castellitto e Carlo Verdone contro i tagli imposti dal governo alla cultura, ma anche da una protesta del movimento Global Beach che rappresenta tutti i lavoratori dello spettacolo, si è ben guardato dal parlare dell'argomento, passando subito a cose ben più importanti: l'alimentazione e le novità che quest'anno caratterizzano il Festival sotto il profilo della ristorazione, con un grande aiuto ai giovani, per i quali è stato istituito addirittura un concorso che premierà il miglior saggio critico su un film del Festival. Secondo lui questo è il modo con cui la kermesse andrebbe incontro alle nuove generazioni.
"Puntiamo ad una qualità sempre migliore", sostiene inoltre Baratta con tono trionfatore, "Bisogna credere in se stessi, credete in voi" proclama poi con toni imbonitori degni del nostro Capo del Governo, concludendo poi con "Bisogna dare il massimo con ciò che viene offerto", dichiarazione alla quale segue un applauso della platea di giornalisti, che nemmeno mezz'ora prima avevano acclamato (con tanto di scomposte grida) il discorso di Castellitto e Verdone che certo non erano contenti di quello che "veniva loro offerto". Ma del resto un applauso oggi non lo si nega mai a nessuno, soprattutto in Italia, sebbene durante la conferenza Baratta sia stato costretto in maniera anche un po' vergognosa a chiamarlo dopo aver constatato che nessuno batteva le mani alle dichiarazioni evidedentemente poco convincenti di Muller. Molti naturalmente hanno subito provveduto a rimediare, neanche fossero marionette che al primo comando subito eseguono.
L'apice è però stato raggiunto quando una giornalista ha chiesto se Baratta pensava di accogliere la proposta di fare un tappeto nero invece che un tappeto rosso in sostegno a chi protesta contro i tagli al Fondo Unico dello Spettacolo. Visibilmente stizzito per l'ennesima domanda sull'argomento, il Presidente ha commentato dispregiativamente: "Un tappeto nero credo sia impossibile, ma provvederemo a invitare molti attori napoletani". La gaf dal tono giusto vagamente denigratorio nei confronti del Meridione, come se poi le proteste fossero cose da "terroni" e quindi da liquidare, il Presidente della Biennale ha continuato a fuggire o a prendere alla larga ogni domanda riguardo i tagli al settore dello spettacolo e della cultura.
"Non mi piace quando la protesta si isola nel corporativismo", ha aggiunto, "Non compete ad una Mostra dare spazi ad altre attività che non siano quelle delle Mostra". Con queste parole forse qualcuno ha ingenuamente pensato che il Presidente stesse finalmente prendendo posizione, sebbene negativa nei confronti delle proteste, tuttavia è seguita nemmeno 10 secondi dopo l'incredibile contraddizione: "Se c'è un desiderio di approfondintmento, saremo ben felici di riflettere e discutere insieme. La Mostra deve essere il luogo di confronto per eccellenza". Peccato che il confronto diventa impossibile se ci si rifiuta, come oggi Baratta ha platealmente fatto scuotendo persino la testa a chi a gran voce gli urlava contro, di dare il microfono alla rappresentante del movimento Global Beach che voleva esprimere le proprie idee. Lo avrebbe tolto anche ai vari Castellitto e Verdone del resto se non fosse che giorni fa avevano minacciato di boicottare il Festival per protesta. Un po' di potere, bisogna dire, sfruttato a meraviglia dai nostri artisti.
D'altronde però Baratta dorme sogni tranquilli: per sua stessa ammissione, il budget della Biennale, tagliato di poco più di 2 milioni di euro, verrà comunque riparato da sovvenzioni di privati e contributi da parte della Regione, quindi perché in fondo dovrebbe interessarsi alla crisi e ai problemi degli altri? Forse perché essendo uno dei bacini principali per la cultura dovrebbe essere d'obbligo far sentire la propria voce a difesa di chi di cultura si occupa? Ma Il tutto è del resto lo specchio di un paese che non vuole sentire proteste, mai schierato, anti-democratico (per quanto continui a dire il contrario), e profondamente ipocrita (vorremmo per esempio metterci a contare quanti dei giornalisti che applaudivano ieri ai discorsi di Castellitto daranno ampio spazio all'argomento sui propri giornali). "Chi vuole sapere cosa sta succedendo nel mondo del cinema tornerà con delle risposte" dichiara entusiasta Muller riguardo al suo programma. Con tutto il rispetto, dubitiamo che sarà realmente così.