E’ appena uscito in 350 sale italiane, Nemico Pubblico, (capo)lavoro partorito dal talento di uno dei più interessanti registi viventi: Michael Mann.
Fiero del digitale e delle sue infinite virtù, il regista ci ha raccontato la genesi di questo suo progetto ambizioso (ma anche dell’amore, della scelta degli attori e del lavoro con Depp, Bale e Cotillard, oltre che dei suoi gusti cinefili), un gangster-movie romantico che mira a raccontare le imprese del criminale John Dilinger in uno straordinario passato-presente.
Non una tiepida fotografia d’epoca, ma un film vibrante di passioni, dove tutto sembra accadere nel momento in cui lo si guarda, i rumori delle sparatorie penetrano le orecchie e l’arte della recitazione è così elevata da non farsi nemmeno percepire: a fine film, chi oserà dire che Johnny Depp non sia stato, in un altro dei mondi possibili, Dilinger in persona?
Come si inserisce quest’opera nella sua filmografia?
A dire il vero non lo so bene, mi ha affascinato quella vita che ha brillato tanto in un tempo così breve. E mi interessava l’idea di immergere il mio pubblico all’interno di questa sua esperienza riportando in vita il personaggio: se il film funziona è perché, grazia alla magia del cinema che ci consente vedere le cose dall’interno, ci si trasferisce nel suo mondo.
Una struttura classica per un film, tutto sommato, molto moderno…
Mi piace molto fare film d’epoca, ma all’inizio mi sono chiesto: come è essere vivi in quel momento? Volevo essere reale, specifico, dettagliato, come se stessi raccontando di oggi, riportare tutti nel 1934 e far sentire che il personaggio era vivo. Volevo riportare tutto a quella realtà, le macchine, le persone, riprodurre un presente che è passato. Riflettevo su come i personaggi pensavano, non potevano avere la stessa psicologia di oggi, così ho cercato di capire quale fosse quella di quel periodo. Ho sempre avuto amore per gli anni ’30 e sono cresciuto nella zona di quel famoso cinema in cui è stato Dilinger. La sua storia mi è nota sin da piccolo, quando mio padre, mentre passavamo lì con la macchina, mi raccontava: “Vedi, lì è stato ucciso il grande rapinatore…”.
E la affascinava?
Moltissimo. Una vita così diversa da quella di ciascuno di noi, me per primo. È questa sua unicità che ho voluto evocare. Non volevo che fosse come la nostra, volevo evidenziare quanto fosse diversa, speciale, di successo, una vita che si è spinta oltre i limiti, perde tutti ma non si ferma, va avanti, ma dove? Era una macchina a massima velocità che non si ferma, non ha fine, ecco cosa mi ha affascinato. Cosa prova uno così? Cosa pensa? E quand’è che capisce di esser arrivato a fine corsa? Il mondo ha girato l’angolo, il crimine è diventato organizzato, l’Fbi si è evoluta... E poi adoravo la durezza del personaggio, oggi pochi sono così. Era carismatico, un eroe vero, popolare, il pubblico lo appoggiava, basta vedere le cronache del tempo, viveva per il qui e ora. Per questo volevo immergermi nella sua vita con tutte le sue contraddizioni, per questo nel film non si sa quale sia il suo passato, non volevo fare una biografia da History Channel!
La scena che preferisce?
Quella dentro e fuori del cinema: per me era importante ciò che c’era nella mente di Dilinger: il personaggio di Clark Gable gli assomiglia, lui era sul giornale tutti i giorni, era il leggendario eroe negativo, Dilinger si rivede sullo schermo nei panni di Gable. Mi sono voluto immaginare e lasciar immaginare ciò che poteva pensare prima di essere assassinato, ciò che stava provando. Non era un uomo sentimentale, non si piangeva addosso, aveva una durezza senza fine. Quindi l’atteggiamento che volevo Depp avesse quando usciva dal cinema è la consapevolezza che tutto fosse finito lì.
Perché proprio Johnny Depp?
E’ un grande attore, l’avevo visto già in Libertine e lo conosco bene: so che ha avuto momenti dark nella giovinezza e nell’infanzia, volevo portasse fuori quelle emozioni buie e sapevo l’avrebbe potuto interpretare al meglio. Per farlo entrare nel personaggio, l’ho riportato negli stessi posti in cui si muoveva Dilinger: vediamo il suo letto, la sua maniglia… E Johnny, anche grazie a questi dettagli, diventava il personaggio.
Ecco, come lavora con gli attori?
In maniera molto tradizionale, voglio che s’immergano nel personaggio, facendoli vivere esperienze che ce li facciano avvicinare, per questo con Depp siamo andati anche nella prigione ormai in rovina, con Bale abbiamo fatto cose simili, volevo avesse l’atteggiamento di un aristocratico del sud degli anni 30, doveva abbandonare la cavalleria, accettare di usare la violenza ed essere spietato, anche se lui non è così di carattere. E poi di origine è gallese, e ha dovuto acquisire un diverso accento, tanto che suo figlio gli diceva di smetterla di parlare così! Incredibile: si è immerso tanto nel personaggio, da arrivare fino agli estremi necessari.
Com’è nata la scelta della francese Cotillard?
L’ho scelta per quello che ha nel cuore, è una donna favolosa e un’artista straordinaria, si impegna e va al di là di saper interpretare un ruolo, ogni molecola del suo essere diventa quel personaggio, è un piacere dirigere un’attrice tale, che è riuscita ad avere un accento americano perfetto pur essendo francese. Volevo cosa volesse dire essere una ragazza ai tempi della depressione, che veste con abiti da 3 dollari, ma ha stretto una simbiosi perfetta con Dilinger. È una donna capace di lottare, combattiva.
Nel girare, a quali gangster-movies si è ipirato?
A nessuno perché non mi piace imitare, però certo ho amato Scarface perché è molto psicologico, c’è tanto Freud dentro, e anche Il Padrino perché è la perfezione assoluta, senz’altro risento dell’influenza dei gangster movies degli anni 30. Ma il mio è anche una grande storia d’amore, ho voluto ridar vita al melodramma, perché Dilinger è personaggio molto melodrammatico. D’altronde se stai 10 anni in carcere, senza tv, radio, ecc. allora come fai a imparare il corteggiamento? Al cinema. Le sue battute sono molto cinematografiche. Era uno che cercava disperatamente l’amore. L’uomo è un essere molto intelligente che ha bisogno sempre di un certo amore che ci possa riportare all’affetto totale della madre. Lui non l’ha avuto: la madre è morta a 3 anni. Ma era comunque un uomo che amava e che era amato moltissimo.
Lei continua a preferire il digitale alla pellicola, ci spiega esattamente perché?
La pellicola mi dava l’effetto di un film d’epoca antico, io volevo fosse un film agito e la parte girata in digitale mi catapultava negli anni 30 lì e ora, la sensazione era proprio contemporanea, a metà fra il presente attuale e il presente degli anni 30. Il digitale dà la veridicità di ciò che succede al momento. Per esempio, le sparatorie: si prendono le armi e si comincia a sparare per far vedere la loro forza, sono oggetti di grande arte, basta concentrarsi sul suono e avere come intento che gli attori abbiano un’esperienza reale. Quando Bale e Depp guidano una macchina del 1930 la sensazione è del tutto diversa e in quel momento, quando la guidi senza sospensioni ecc, per un istante ti immagini proprio di vivere in quegli anni. E poi il digitale non si rompe, a differenza della pellicola! E mi consente di fare 8-9 volte quello che posso fare con la pellicola, posso modificare tutto e ha una qualità che è quella del dettaglio, infine si può usare in maniera tale che non si vede la differ fra pellicola e digitale. Tutto ciò non significa che non tornerò alla pellicola, perché mi piace molto anche la sua qualità.
Che tipo di reazione del pubblico si aspetta, di fronte a questo film?
Come cineasta non posso mai sapere se le persone capiranno il mio progetto, ma il pubblico è più intelligente di quello che pensiamo.