Se non avete mai sentito parlare de La fisica dell’acqua, pellicola interpretata, tra gli altri da Claudio Amendola, Paola Cortellesi e Stefano Dionisi, non vi preoccupate: si tratta di uno dei tanti film italiani fuori dal coro delle solite storie, che non riescono a trovare uno sbocco distributivo.
A dirigerlo è Felice Farina che ci ha rilasciato quest’intervista proprio per parlare del suo film e della difficile storia produttiva che lo ha caratterizzato. Dopo alcune commedie classiche come Sembra morto… ma è solo svenuto (1986) con Sergio Castellitto, Sposi (1988) film a episodi con Ottavia Piccolo ed Alessandro Haber e Condominio (1990) scritto, tra gli altri, da Paolo Virzì, Farina ha recentemente fondato una piccola casa di produzione indipendente, la NinaFilm, con cui realizza documentari per alcuni programmi della RAI che gli consentono di continuare a sperimentare nel panorama contemporaneo dell’universo digitale.
La fisica dell’acqua, racconta la storia di Alessandro, un bambino di otto anni orfano di padre, che rimane sconvolto dal ritorno, nella vita sua e in quella di sua madre, dello zio Claudio. Pur non sapendone il motivo, il bambino prova da subito un astio mal celato nei suoi confronti, che lo spinge ad azioni sconsiderate e che gli provoca visioni che riguardano un passato rimosso e, forse, la verità sulla morte del suo papà.
Perchè ha lottato tanto per far arrivare al pubblico questa storia?
Ho insistito tanto perchè è un film che sentivo molto. Ha dei contenuti molto profondi con la storia di questo bambino che lotta per ristabilire la verità occultata sulla morte del suo papà. Non saprei, però, individuare con chiarezza il genere cui il film appartiene. Potrebbe essere definito un thriller psicologico.
Il protagonista è un bambino, Lorenzo Vavassori, che regge su di sè tutte le dinamiche psicologiche intorno alle quali il film ruota...
Lorenzo è stato straordinario: a soli sette anni è riuscito a portarsi tutto il film sulle spalle.
Lui arrivò alla fine di tante, faticose settimane di provini che non avevano dato risultati. Questo anche perchè i bambini, di solito, vengono portati a queste audizioni controvoglia, spinti dalle loro mamme e non sono affatto convinti di quello che stanno per fare. Anche giustamente! Quando sono così piccoli, infatti, non gli importa nulla di fare gli attori. Lorenzo, invece, mi ha colpito proprio per la sua motivazione profonda, quasi come se fosse una specie di «predestinato». Io alla predestinazione un po’ ci credo e, infatti, lui continua ancora oggi a fare l'attore.
Proprio la dinamica molto particolare tra bambini e adulti è centrale in La fisica dell'acqua. Di che tipo di rapporto si tratta e come lo affronta la sua pellicola?
La scelta di questa storia è molto simbolica. Io penso che la sottrazione sistematica della verità che caratterizza il mondo in cui viviamo, fin dai tempi di Socrate o Gesù Cristo ma soprattutto il mondo di oggi, particolarmente privo di verità, cominci proprio tra le mura domestiche, quando siamo piccoli. E la cosa più grave è che il sottrarre la verità ai bambini è un gesto totalmente inconsapevole, quasi scontato, che nemmeno ci rendiamo conto di mettere in atto.
Il ruolo della mamma di Alessandro era, quindi, molto difficile da portare sullo schermo: il dover trovare l'equilibrio tra un gesto moralmente discutibile, la menzogna, compiuto, però, per proteggere il proprio figlio. Come è arrivato a Paola Cortellesi per la parte?
Paola è straordinaria e ha la perfetta sensibilità per mettere in scena un ruolo così complesso. Si tratta, infatti, di una buona madre che, però, ha quei difetti di inadeguatezza che, in fondo, abbiamo tutti. Lei ha saputo offrirne un ritratto molto delicato, quindi, del quale sono molto soddisfatto.
E devo dire, in generale, che sono molto contento di tutto il cast: sono tutti incredibilmente in parte.
A questo proposito, convince anche la scelta di Claudio Amendola per il ruolo, anch’esso particolarmente sofferto, dello zio di Alessandro, Claudio. Una scelta particolare visto che l'attore, da anni, fa pochissimi film in virtù dei suoi impegni televisivi...
È vero, lui ha fatto questa scelta di dedicarsi principalmente alla TV ma bisogna ricordare che Claudio di film ne ha fatti tanti, nella sua carriera.
In questa pellicola la sua imponente presenza fisica è stata molto funzionale al ritratto di quest'uomo «scisso», spaccato in due, che non si rende nemmeno conto di quello che ha fatto, un’azione che, in modo sotterraneo, lo sta distruggendo nell'animo. E la sua fisicità enfatizza questa spaccatura, facendola arrivare con forza allo spettatore.
Proprio Amendola è stato particolarmente duro riguardo ai problemi produttivi che il suo film ha dovuto fronteggiare, arrivando a chiamare in causa lo Stato (trovate le dichiarazioni di Amendola a questo link). Dal suo punto di vista, lo Stato dovrebbe intervenire in queste situazioni?
Claudio è molto legato al film ed è, quindi, molto dispiaciuto che abbia avuto tutte queste difficoltà. La sua indignazione e la sua protesta, di conseguenza, sono comprensibili. Poi, nel dettaglio, le cose sono un po' più complesse e non si possono lanciare accuse specifiche.
In realtà, si tratta di situazioni abbastanza «normali» in un paese dove l'arte, la cultura e il buon senso della produzione sono, in un certo senso, completamente andati perduti. Sono parole proibite, noiose e che danno fastidio. Non a caso, in politica si dice normalmente "lei sta facendo della poesia" o "del teatro", per offendere qualcuno e dirgli che sta dicendo delle cazzate.
Sono problematiche che riguardano solo il presente cinematografico del nostro paese o ci sono sempre state? E, cosa ancor più importante, c’è, secondo lei, un modo per uscirne?
C'è sempre stata questa difficoltà ed il mio film non è altro che una sorta di paradigma rappresentativo di certo cinema italiano. Non tutto, però, dal momento che comunque continuiamo a produrre ottimi film. Io sono assolutamente contrario alla «cultura del disprezzo» generalizzato che spara a zero sul cinema italiano. È necessario, invece, che le persone che credono ed hanno bisogno della cultura tengano duro e si facciano sotto.
E La fisica dell'acqua è proprio un film che ha «resistito», in questo senso. Ci sono possibilità che venga distribuito nelle sale?
Il film, per il momento, sta trovando una nuova luce grazie ai festival. La sera del 26 Giugno, infatti, passerà al Pesaro Film Fest, in Piazza Grande, e quello sarà il primo confronto del film con il pubblico dopo gli anni di travaglio produttivo, e sono molto curioso di vedere come sarà accolto. L’arrivo nelle sale, poi, dipenderà dal film stesso, lo affido a lui. Vedremo come andrà a Pesaro e ad altri festival con la fiducia, già sperimentata in alcune proiezioni, che il significato intimo del film viene recepito dagli spettatori.
Dal punto di vista del lavoro sull'immagine, La fisica dell'acqua è una pellicola particolare nel panorama cinematografico italiano, caratterizzata da alcune sperimentazioni con il digitale. Come ha lavorato in tal senso?
(Ride) Anzitutto è necessario chiarire il significato del termine «sperimentazione» perchè, in genere, il pubblico tende a spaventarsi quando ne sente parlare aspettandosi chissà quali cose strane...
C'è stata, è vero, una grande cura nell'immagine e si è trattato di un passaggio che volevo fare nel mio lavoro: io ho realizzato molte commedie e molti film che potremmo definire neo-neorealisti nei quali, solitamente, l'impianto formale è sempre, se non secondario, almeno subordinato ad altri aspetti. Qui, invece, volevo cambiare, prestando maggior cura alla tecnica di ripresa e alla forma.
È per questo che lei si dice più vicino a Georges Méliès piuttosto che ai fratelli Lumière?
Sì, Méliès fu il primo scopritore di questo «gioco meraviglioso» e delle sue possibilità espressive. I Lumière, invece, erano troppo impegnati a fare affari e, personalmente, li considero abbastanza mediocri come registi.
Méliès si è tuffato con la massima generosità in quest'arte portando su pellicola, fin da subito, le sue esperienze teatrali ed il fatto che sia stato un grandissimo artista del cinema, il primo preoccupato di stabilire un sistema di linguaggio per esso, è confermato dal suo essere morto povero e dimenticato. Il suo approccio artigianale continua ad ispirare il mio lavoro e quello di molti miei colleghi. Chiaramente, in un mondo globalizzato come il nostro, siamo una specie di mosche bianche: la parola «artigiano» è quasi fuori moda o addirittura, in alcuni casi, considerata sacrilega rispetto a termini oggi imperanti come «produttività» o «efficienza».
Si torna, così, alla «resistenza» che accennava prima: qualcuno che ancora considera il cinema un'importante forma d’arte ancora c’è, nonostante tutto…
Certo che c'è. E questo perchè nessuno è riuscito a negare, finora, che il cinema sia un'arte. Lo dimostra il lavoro di tante persone, film recenti anche italiani di cui sono molto soddisfatto come l'ultimo di Bellocchio, Vincere, o le pellicole di Sorrentino o il bellissimo Questione di cuore di Francesca Archibugi. Sono tutti casi in cui il talento si unisce alla cultura del saper fare e, soprattutto, all'umiltà, cosa piuttosto rara visto che, di solito, i «cinematografari» sono molto boriosi. Una dedizione che anch’io ho messo in questo mio film del quale, per recuperarlo dopo il fallimento del produttore, ho curato personalmente anche gli effetti speciali: un'esperienza entusiasmante, da artigiano appunto.