È la storia di due disperazioni, speculari e, al tempo stesso, distanti,
Good morning Aman. Quella di Teodoro (
Valerio Mastandrea), ex pugile messo K.O. da una vita di colpe mai espiate, e quella di Aman (
Said Sabrie), immigrato somalo di seconda generazione, diviso tra le sue origini, un passato che non sente proprio, ed un presente da emarginato, che ostacola la visione di un futuro.
A queste si aggiunge un’altra disperazione. Quella del cinema italiano indipendente, fatto di talento, passione e (troppo) pochi soldi. “
una vera e propria Caporetto”, come la definisce
Luciano Sovena, Amministratore Delegato di Cinecittà Luce nell’incontro stampa organizzato per presentare il film.
Pur nelle immense difficoltà congiunturali del panorama cinematografico del Belpaese, Sovena conferma la volontà del gruppo da lui rappresentato di portare avanti “la nostra missione di presentare opere prime e seconde importanti come questo Good morning Aman in maniera indipendente, così da lasciare ampia libertà creativa a giovani talenti come Claudio Noce”. Un complimento, quest’ultimo, che il regista trentaquattrenne, con alle spalle una gavetta di tutto rispetto tra cortometraggi e documentari premiati in vari festival internazionali, accetta di buon grado. Ad esso, però, occorre affiancare la definizione, decisamente più scherzosa e amichevole ma non meno veritiera, di “regista disperato a causa delle molteplici difficoltà del fare un film in certe, precarie condizioni” offerta da Mastandrea. L’intenzione, confessata dall’attore, di volersi prendere un periodo di pausa dalle opere prime perché “stanco” della frustrazione che si prova a voler fare un certo tipo di opere in Italia, è venuta a mancare di fronte a questa storia “incentrata su argomenti quotidiani, che sfiorano quasi lo stereotipo, ma raccontata in maniera inconsueta e senza alcuna retorica da un regista disperato ma di grande talento”, dichiara con la solita ironia.
Proprio nelle parole di Noce c’è tutta la fatica ma anche l’entusiasmo per essere riusciti a realizzare la pellicola evitando “qualsiasi tipo di rinuncia, nonostante il budget limitato (circa 700000 euro), grazie alla passione di persone davvero desiderose di portarlo a termine”. Una passione che li ha sostenuti nel corso della lunga genesi di Good morning Aman, “un problema comune per questo tipo di film”, il commento laconico del regista. “Un percorso – racconta – iniziato tre anni fa, con un documentario (Aman e gli altri) grazie al quale incontrai il vero Aman, un ragazzo nato a Mogadiscio ma a Roma dall’età di quattro anni. Rimasi colpito dalla sua voglia rabbiosa di raccontare, da un lato, le sue difficoltà nel cercare di capire come riuscire a vivere in Italia e, dall’altro, il suo profondo desiderio di non voler lasciare quello che, a tutti gli effetti, è il suo paese, la sua casa”. Questa drammatica scissione è un fenomeno abbastanza tipico nella seconda generazione d’immigrati, “una realtà con cui ci confrontiamo ormai ogni giorno e che, quindi, dovremmo conoscere più a fondo” rileva Noce.
Tuttavia, l’intento del regista non era tanto di fornire la fotografia di un determinato fenomeno sociale, ma di rappresentare una problematica vasta “attraverso la storia intima, privata di due identità, diverse ma incredibilmente simili, che fanno i conti con la «dis-integrazione», con l’emarginazione imposta dall’esterno, nel caso di Aman, o volontaria, in quello di Teodoro”.
L’apporto di Mastandrea, anche nell’inconsueta veste di produttore (“ma non ho messo soldi né ne ho presi per questo film. Però ho messo la mia faccia”, precisa l’attore) è stato fondamentale anche per sbloccare il progetto. “Non ho mai pensato di fare il produttore – spiega Mastandrea – né lo considero un lavoro nelle mie corde. Però si fa, poiché, in un contesto nel quale sviluppare un film è sempre più difficile, e sarà ancora peggiore in futuro, una delle poche strade possibili rimaste è provare a farlo da soli”. A chi gli fa notare che gli attori-produttori sono una realtà ormai diffusa negli Stati Uniti, però, l’attore risponde, con una frustrazione evidente dovuta al dover ripetere concetti più volte espressi e che, ormai, dovrebbero essere evidenti a tutti, che non è possibile “equiparare il nostro cinema con quello americano”. “Laggiù – continua – il cinema è una macchina imponente in continuo movimento mentre, da noi, non ci sono macchine ma biciclette. E ci sono anche i «ladri di biciclette»…” termina, con una battuta sarcastica, amaramente utilizzata “non in riferimento al film omonimo ma come metafora”.
Una situazione disperata, quella della Settima Arte in Italia che deve fare i conti con un’altra, implacabile verità, ancora pronunciata da Mastandrea, lucido come pochi altri addetti ai lavori sanno essere, e riferita a “un pubblico che non sceglie più di andare al cinema, a parte una ristretta nicchia, ma che ci «cade» dentro a Natale”.
Da un simile, desolante contesto si può cercare di uscire appigliandosi al talento, alla passione, alla fatica del lavoro espressi da pellicole come Good morning Aman.