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Festival Internazionale del Cinema di Roma ha, infine, dedicato una giornata dei suoi Stati Generali al problema dei tagli al FUS, il Fondo Unico per lo Spettacolo fortemente ridimensionato in virtù delle misure anti-crisi prese dal governo. I tagli previsti ammontano a 130 milioni di euro, portando i fondi messi a disposizione del settore dello spettacolo dai 456 milioni di euro stanziati nel 2008 ai circa 380 milioni di euro da attribuire, nel corso del 2009, a fondazioni lirico-sinfoniche, cinema, attività teatrali di prosa, attività musicali, danza, circhi e spettacolo viaggiante.
Una mole enorme di lavoratori, dunque, non soltanto attori o registi come certa disinformazione vorrebbe far credere. Tecnici, elettricisti, scenografi, falegnami e maestranze di ogni genere. È da questo dato, considerando scontata l’importanza fondamentale che la cultura dovrebbe avere all’interno di qualsiasi paese civile, che si deve (o si dovrebbe) partire per analizzare la questione e trovare una possibile soluzione.
Invece, purtroppo, il dibattito svoltosi nel corso della manifestazione romana è stato lo scenario di un battibecco «da osteria» tra Luca Barbareschi e lo sceneggiatore Stefano Rulli, membro dei Centoautori. Il motivo: i 60 milioni di euro ottenuti per il FUS la scorsa Estate tramite uno stanziamento speciale deciso dal Presidente del Consiglio, dal ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti e dal ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi. Rulli ha fatto notare che “la fonte del finanziamento è molto discutibile, dal momento che quei soldi sono stati sottratti da un fondo particolare per le emergenze della Presidenza del Consiglio. Ciò di cui abbiamo bisogno – continua – è la trasparenza e meccanismi sganciati dalla politica”. A Barbareschi, che si attribuiva il merito di aver ottenuto i 60 milioni di euro, lo sceneggiatore ha risposto che “a portarli avranno contribuito anche le manifestazioni di piazza e a Montecitorio da noi organizzate”. ”Delle manifestazioni al governo non fregava niente – la secca replica di Barbareschi – Se non ci fossi stato io a litigare per un pomeriggio con Tremonti i 60 milioni di euro non ci sarebbero stati”. Ciò detto, l’attore, con un gesto molto teatrale, si è alzato dal tavolo e se n’è andato, lasciando sfumare un’occasione importante di confronto tra politica e cultura italiane.
Restando la convinzione che uno scontro di questo genere su un atto molto vicino, per la modalità con cui è stato preso e per la sua entità, all’elemosina (perché, inutile negarlo, di questo si tratta) sia ridicolo, oltre che inutile, e tralasciando l’ambiguità evidente della posizione di Barbareschi, da un lato esponente del PdL, responsabile del taglio, dall’altro artista vittima di esso (chi fa più caso, ormai, a tematiche vetuste e fastidiose come i conflitti d’interesse nel nostro paese?), ciò che sconforta e preoccupa chi scrive sono le sue dichiarazioni circa le manifestazioni, espressione di una volontà popolare (anche quando di categoria) la quale, oltre al voto elettorale, rappresenta l’unica forma di partecipazione attiva dei cittadini alle vicende del proprio paese. Affermare, con spaventosa noncuranza, che il governo “se ne frega”, richiama alla memoria un passato tragico, superato proprio grazie alla forza culturale e popolare di alcuni uomini e donne, quella che oggi si vorrebbe mettere in discussione anche con i tagli al FUS.
Vengono alla mente le parole di Giuliano Montaldo quando, in una nostra intervista, rifletteva sulla scomparsa della «corazzata cinema» italiana auspicando, non troppo convinto, che gli artisti tornassero presto “ad essere tutti molto uniti per chiedere quello che è giusto chiedere per la cultura”.
Tale speranza appare, adesso, più irrealizzabile che mai. L’essersi trascinati in un diverbio inconsistente ha impedito, agli esponenti della cultura italiana, di opporre argomentazioni e proposte effettive, da professionisti che operano in quel settore, ai politici presenti che, pur non conoscendone i meccanismi, promulgano leggi d’intervento approssimative (per essere gentili) ad esso relativi. L’assenza di un’organizzazione, di una compattezza nel mondo culturale italiano, e di una partecipazione popolare forte alle tematiche che la riguardano, in un paese che appare inconsapevole dell’attuale stato di emergenza in cui versa il proprio livello di civiltà, sono, oggi, i veri problemi, a fronte di una politica ben compatta (e bipartisan) nell’aggravare la situazione (da decenni, ormai, manca una riforma compiuta dei meccanismi di finanziamento, sostegno, partecipazione statale al sistema-cinema).
Gli interventi, pur validi e orientati nella giusta direzione, di Emidio Greco, in rappresentanza dell’ANAC, e di Riccardo Tozzi, Presidente dei Produttori ANICA, e l’attento ascolto dei politici locali Gianni Alemanno, sindaco di Roma, e Giulia Rodano, assessore regionale alla Cultura, servono a poco se si dimenticano queste premesse. Il regista ha sottolineato che “il FUS è solo un decimo dell'intervento pubblico francese”, richiedendo esplicitamente “l'esistenza di un Centro Nazionale del Cinema così come esiste in Francia, che però non dovrà prescindere dal FUS per la produzione di opere prime e seconde”. Il produttore, poi, in modo molto incisivo, ha rilevato che “dipendere ogni anno dalla legge finanziaria è assurdo”.
Un’assurdità che da troppi anni blocca inesorabilmente lo sviluppo di un’industria culturale solida ma contro la quale si resta divisi, bersagli più lenti e più facili da colpire.