Altro che la miserabile condizione del cinema nostrano, dove i registi “giovani” hanno 40 anni e gli esordienti fanno sempre più fatica ad affermarsi: in Israele, come la 45ª Mostra Internazionale del Nuovo cinema di Pesaro continua a mostrare fra retrospettive e tavole rotonde, si respira ben altra aria.
Ad iniziare dall’età dei talenti emergenti, trentenni (donne soprattutto, come Michale Boganin o Maya Zack, autrice del corto Mother Economy, premiato a Berlino) che, usciti da una delle 17 scuole di cinema del Paese (in Italia ne vantiamo una sola e neanche così autorevole), provano il salto dietro alla macchina da presa entro appena tre anni dal diploma.
I numeri parlano chiaro: 25 lungometraggi all’anno, più di 100 documentari realizzati e nomi sempre più in primo piano come Raphael Nadjari, assiduo ‘frequentatore’ del festival di Cannes, senza contare quelle che lo storico del cinema Ariel Schweitzer definisce “punti di svolta”, come “le pressioni esercitate dal movimento dei documentaristi sul governo di Israele, che ha varato nel 2001 una legge che raddoppia i finanziamenti del governo a favore di quelle istituzioni che sostengono le produzioni cinematografiche” e “l’accordo di coproduzione tra l’israeliano Film Fund e il Centro Nazionale della Cinematografia Francese”.
Così Nadjari: “La sola verità è nel confronto: nei nostri film ci mettiamo in discussione, proponiamo soluzioni, elaboriamo proposte”. Una lezione che certi nostri così detti cineasti, dediti più che al confronto alle leggi del dio incasso e di madre glamoùr (per dirla con Alemanno), dovrebbero imparare, sperando intanto che i tagli al Fus non abbiano dato una bella scorciata anche alle speranze di questo Bel paese.