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The Mauritanian

La vendetta non si addice alle Nazioni

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Si dirà…ancora qui a parlare dell’11 settembre e di Guantanamo, di rapimenti CIA (le extraordinary rendition) e di torture disinvolte perché il fine giustifica i mezzi? Di giustizia e/o vendetta? Sì, siamo ancora qui perché non va mai dimenticato che l’imbarbarimento per vendicarsi dei barbari è già di per sé loro vittoria. La storia raccontata è vera. Due mesi dopo l’attentato, Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim) viene sequestrato in Mauritania dalla CIA con l’appoggio del governo locale, trasferito in una delle loro basi sicure e da lì finisce a Guantanamo. Slahi è colpevole di essere cugino di un affiliato ad Al Quaeda, che gli ha fatto una telefonata cui lui ha risposto. E’ un uomo che ha studiato, ha vissuto in Germania e in passato è stato un patriota perché ha combattuto contro i russi (ai tempi in cui gli americani erano alleati dei mujahideen). Sembra quindi il terrorista perfetto. A Guantanamo incontra l’amena coppia composta dai due psicologi James Mitchell e Bruce Jessen, due che si spacciavano così bene per esperti di interrogatori da stipulare con il Governo americano un contratto che, per i loro studi palesemente mancanti di fondamenta, ha fatto loro incassare 80 milioni di dollari. Questi personaggi, come altri eventi raccontati in questo film, li abbiamo conosciuti nel film The Report, con Adam Driver, che raccontava la scoperta di tutto l’illegale sistema di rapimenti e torture messi in atto dalla CIA (torture su 199 individui alcuni deceduti), per arrivare a risultati risibili (ammesso dalla stessa agenzia). Visto che però l’uomo continua a negare, lo lasciano in mano a quelli che usano metodi più tradizionali, quelli che sono stati rivelati dai filmati girati nella prigione di Abu Ghraib in Iraq, waterboarding e abusi fisici e psicologici di ogni genere, alcuni davvero efferatissimi. Intanto uno studio legale è stato coinvolto, nella persona dell’agguerrito avvocato Nancy Hollander (Jodie Foster), che si mette a lavorare sul caso insieme alla sua giovane associata Teri Duncan (Shailene Woodley). Hollander non vuole sapere se il suo assistito sia colpevole o innocente, lui comunque deve avere un percorso giudiziario legale, con accuse, processo e poi eventuale condanna o assoluzione. Slahi invece è sepolto vivo senza accuse, senza prove, senza nessuna possibilità di avere un processo onesto (e anche quello chissà quando, chissà se mai). Nel campo avverso viene allora precettato l’avvocato militare Stuart Couch (Benedict Cumberbatch), onestamente convinto del suo incarico, ben deciso a perseguire Slahi, del cui coinvolgimento è certo, visto che così gli è stato confermato dai suoi superiori. Ma non tarderà ad accorgersi della totale mancanza di ogni pur minima prova e della determinazione a ostacolare ogni percorso democratico della vicenda. La diva Jodie Foster, nome spendibile a livello internazionale, presta la sua faccia sempre più severa a un ruolo edificante, l’avvocato che lotta contro i soprusi del Sistema, convinta che dall’interno si possa avere giustizia, nonostante tutto. Tahar Rahim, il presunto terrorista, è un attore francese di origine algerina, che sta diventando sempre più conosciuto. Dopo il film-rivelazione Il profeta e diversi altri scelti con cura, lo abbiamo visto nelle serie The Looming Tower, serie sull’11 settembre che consigliamo vivamente di recuperare, con Jeff Daniels, dove interpretava l’agente Ali Soufan, personaggio realmente esistito che avremmo ritrovato in The Report, dove aveva la faccia di un attore meno conosciuto. Lo abbiamo rivisto di recente in The Eddie e The Serpent. La sceneggiatura ne fa un uomo in carne ed ossa, non un simbolo o un martire, della cui totale estraneità non saremo mai del tutto certi. Ma nell’impossibilità di dimostrare colpevolezza o innocenza, in assenza totale di prove non si può detenere nessuno e le prove non si possono procurare attraverso la tortura. La sceneggiatura è tratta dal libro Guantanamo Diary scritto dallo stesso Mohamedou Ould Slahi. Dirige Kevin Macdonald (La morte sospesa, L’ultimo Re di Scozia, State of Play, Whitney) che sceglie di raccontare la prigionia di Slahi in formato 4/3, a rappresentare la riduzione, la costrizione che subirà la sua vita, mentre nelle altre sequenze si allarga nel formato normale. Nella sua freddezza, con cui cerca di essere obiettivo, giusto ma senza accanirsi sulla mostruosità del Sistema, il film sembra a tratti perdere efficacia. Invece mantenendo sempre un tono civile riesce a raggiungere il bersaglio. Perché alla fine di muri di gomma, depistaggi, intimidazioni e sabotaggi, la verità si scopre sempre e durante quel cammino anche qualcuno dei “cattivi” sembra avere l’ombra di un ravvedimento. E ci vengono in mente tanti film già degli anni 2000, in cui si cominciava a discutere sul problema della tortura post-11 settembre, come Unthinkable, Rendition, Five Fingers e i documentari su Guantanamo e Abu Ghraib, oltre al film di Michael Moore Farenheit 9/11. Ma non è questo il fine di questo film che, pur non memorabile, si iscrive a buon diritto in un elenco di film che dovrebbero aiutare a riflettere, a non dimenticare. Sui titoli di coda vedremo il vero protagonista, che ascolta Bob Dylan e ancora ama la cultura occidentale. The Mauritanian, come il già citato The Report, è un film su ciò che significano democrazia e rispetto delle regole. Queste regole ci rendono spesso vulnerabili di fronte al fanatismo ma per difenderci dobbiamo allora diventare come i nostri avversari? Alla fine sapremo che dei 779 prigionieri (9 ufficialmente morti lì) che dal 2002 sono ufficialmente passati per Guantanamo. 8 sono stati condannati, di cui 3 poi assolti in appello. Alla fine ci chiediamo quanti milioni di dollari siano costati 5 presunti colpevoli in quasi 20 anni di attività. La risposta sta in questi dati che sono del 2020, quando ancora risultavano 40 detenuti: costo annuale per i contribuenti statunitensi di un prigioniero in un carcere federale di massima sicurezza: circa $ 78.000. Costo annuale per trattenere ogni detenuto a Guantanamo: oltre $ 10 milioni. Costo annuo per la gestione di Guantanamo: circa $ 445 milioni. E ne sappiamo oggi davvero più di allora, su quel tragico evento, che per tutti, anche per chi non abbia subito perdite personali, resta qualcosa di superiore a ogni immaginazione, che mentre si vedevano in diretta le Twin Towers sbriciolarsi, ci si ripeteva “non è un film”? Non è stato certo con lo spaventoso baraccone di orrori di Guantanamo e di tanti altri posti sconosciuti, che ci siamo anche lontanamente avvicinati alla verità.

Interessante, con sobrietà

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