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Proxima

Per aspera ad astra

di

Si dice donna astronauta e si pensa a Samantha Cristoforetti, fino a qualche anno fa al massimo si visualizzava Sandra Bullock che fluttuava in underwear in Gravity (anche se di donne che erano andate nello spazio ce ne erano state per davvero, gente seria, dalla russa Valentina Tereškova in poi). Altri film e serie tv hanno messo una donna dentro un’avventura spaziale, di recente Lucy in the Sky e Away (le eroine combattenti della fantascienza avventurosa stile Ripley qui non c’entrano). Se un uomo decide di impegnarsi per diventare astronauta nessuno si sogna di raccomandargli di non sposarsi o non fare figli, mentre quando è una donna a farlo molti agitano il ditino, ammonendola quindi a non mettere su famiglia e a non fare bambini, che lei poi dovrebbe abbandonare periodicamente. Perché in automatico si tende a pensare che una donna possa sempre sopperire a un padre mentre è assai difficile il contrario. Sarah, la protagonista del film, è un’astronauta francese che è stata selezionata per fare parte dell’equipaggio della missione Proxima, che comporta, dopo una dura selezione iniziale, un ulteriore lungo addestramento da effettuare in quarantena e poi un anno lontana a volare nello spazio, in vista di nuove missioni su Marte. L’ex marito accetta di occuparsi in toto della figlioletta di otto anni, legatissima alla madre, che però intanto entra nel gruppo, dopo trova un capo missione che proprio non ce la fa a non esprimere giudizi discriminatori, ma anche qualche russo si difende bene. Si sottopone alla durissima preparazione, ricostruita con precisione, compresa la prova in cui gli astronauti vengono sottoposti all’accelerazione di 9G (le riprese si sono svolte all'interno di reali strutture dell’Agenzia Spaziale Europea e a Star City a Mosca). La protagonista paga in questa narrazione un prezzo decisamente più alto dei colleghi uomini, ed è inevitabile. Fino a una certa età il rapporto con la madre è più forte che con il padre, il senso di responsabilità automaticamente più forte, semplicemente perché è maggiore il legame e così il senso atavico di colpa lavora di più, aumentando le difficoltà per Sarah. Sui titoli di coda immagini di vere astronaute con i loro figli. La protagonista è affidata alla sempre fascinosa Eva Green, credibile anche in un ruolo inusuale. Matt Dillon (ottimo) è l’altra faccia nota, il Comandante di missione che sembra il solito becero maschilista ma riserverà alcune sorprese (e meno male che sennò sarebbe stata la fiera della banalità). Bella colonna sonora di Ryuichi Sakamoto. Non si sa mai se il pioniere, figura necessaria al progresso dell’umanità, si imbarchi in certe imprese per gli altri o per se stesso. Certo è che come tutti gli esploratori, se c’è da un prezzo, lo paga in prima persona. Anche in storie di questo genere ma al maschile, abbiamo visto come non manchino i problemi nel conciliare un simile mestiere e gli affetti più intimi, pensiamo a Interstellar ma anche alla serie tv con Sean Penn The First. Consigliamo il recupero del documentario Mercury 13, su Netflix, che racconta di un progetto americano per cui nel 1961 la NASA aveva iniziato l’addestramento di 13 donne in vista di missioni spaziali al femminile, progetto abbandonato perché le partecipanti (con successo) al programma, erano semplicemente del sesso sbagliato. Ma nel film diretto dalla francese Alice Winocour (Augustine, Disorder) e da lei scritto insieme a Jean-Stéphane Bron, se fino ad un certo punto il percorso della protagonista è plausibile, non convincono una serie di scelte e soprattutto l’irrazionale comportamento finale. Perché se c’è una dote di cui un aspirante astronauta deve essere fornito in abbondanza è proprio la razionalità. E se ci si voleva chiedere perché tante imprese sono più difficili se si è donne, non è questo il film che darà la risposta.

insoddisfacente

6