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Luca

Pixar non sbaglia nemmeno questa volta

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Con la solita abilità di colpire sempre al cuore, Pixar ci racconta la storia di Luca, giovane e vivace mostro marino che, come gli altri della sua razza, quando si asciuga diventa umano. Luca è curioso di un mondo dal quale i suoi genitori si accaniscono ad allontanarlo con tecniche terroristiche e, appena può, pur fra mille timori, sperimenta un modo diverso di vivere. Aiutato da Alberto, mostro marino adolescente più esperto di cose terrestri, anche se dal cuore più ferito, inizia una vita quasi umana nell’ameno paesino di Portorosso, luogo delizioso immerso in una bolla senza tempo, disegnato così da sembrare un mix fra Boccadasse e altri paesini delle Cinque Terre. Ci sono molti rischi di cui tenere conto, guai a farsi scoprire, gli abitanti si tramandano di generazione in generazione l’odio per i “mostri marini” e mettono taglie su di loro. Visto che anche una goccia d’acqua può innescare la trasformazione, è ovvio che i pretesti per qualche buffa gag non mancheranno. Là fanno amicizia con una vivace ragazzina dai capelli rossi, Giulia, che aprirà davanti a Luca la prospettiva di una vita diversa, provocando la gelosia di Alberto. Che ha un unico scopo della vita possedere una Vespa, con la quale scorrazzare per il mondo con il suo amico. Per riuscire a vincerne una, si iscrivono a una specie di duro triathlon, che comprende una gara di nuoto, un’abbuffata di pastasciutta e una corsa in salita in bicicletta. A rendere tutto più complicato ci si metteranno il perfido Ercole, il bullo del paesino (personaggio disegnato con un’inattesa somiglianza con il nostro Fausto Coppi) e i genitori di Luca, che, acquistate anche loro fattezze umane, si aggirano nel paese cercando il loro figlio per riportarlo là dove pensano appartenga. Più che mai consigliamo la visione in inglese con i sottotitoli, per godersi in pieno le quasi insensate incursioni in italiano dentro dialoghi in inglese, pronunciato con forte accento nostrano, così assurde da risultare deliziose. A doppiare i personaggi, troviamo Jacob Tremblay (Alberto Vannini in italiano), Jack Dylan Grazer (Luca Tesei), Emma Berman (Sara Ciocca), Maya Rudolf. In italiano Luca Argentero fa il padre di Luca, Fabio Volo è il papà di Giulia. L’italiano Saverio Raimondo dà voce a Ercole sia nella versione originale che in quella doppiata. Ci sono anche parecchie “celebrities” nostrane che non sono doppiatori professionisti, pratica che non ci ha mai entusiasmato, comune a diverse case di produzione. Dirige il genovese Enrico Casarosa, emigrato negli USA a 20 anni. Dopo un paio di lavori con Blue Sky Animation (L’era glaciale e Robots), passa e cresce in Pixar, svolgendo lavori in vari dipartimenti (animazione, storyboard), già autore e regista del corto La luna (era abbinato al film Ribelle – The Brave). E alle sue origini italiane, ai suoi ricordi di infanzia si deve l’ambientazione del film. Se l’uomo che vive sulla terraferma si diletta ad esplorare gli abissi dei mari, perché una creatura marina non dovrebbe provare lo stesso desiderio? Perché nella vita tutto deve essere prefissato rigidamente e non sono ammessi “cambi di sponda”? Ma cambio di sponda può essere anche decidere di lasciare la famiglia per cercare un futuro migliore lontano, può essere ritrovare una figura paterna dove meno ce lo aspettiamo, può concretizzarsi in una fragile ragazzina che riesce là dove spadroneggiano i maschi. Soprattutto, uniti si vince contro tutti gli Ercole dai piedi d’argilla del mondo. E se siamo coperti di squame colorate, possiamo lo stesso appassionarci ai misteri di quell’Universo che è anche nostro e desiderare una vita che abbiamo scelto noi, al di fuori di una famiglia che, anche per amore, vorrebbe sprofondarci nei bui abissi di un oceano dove però regna il nulla. Tutti spunti di riflessione (e di commozione) che la sceneggiatura scritta da Jesse Andrews (non a caso autore del film Quel fantastico peggior anno della mia vita) e Mike Jones, che ha scritto la storia di Soul, riesce a rendere benissimo, all’interno di una storiella strampalata, piena di trenette al pesto, gelati e Vespe, di colori e canzonette che abbiamo dimenticato perfino noi italiani, parlata in un bizzarro slang americano/broccolinese. Senza quell’irrefrenabile tendenza alla pedanteria dei prodotti made in Disney, senza mai dare la sensazione di stare impartendo una lezioncina, ci porta là dove voleva, a una conclusione prevedibile ma non per questo meno commovente. Perché la “diversità”, quell’essere “mostri” o “sfigati”, non è legata solo alle preferenze sessuali, ci sono infiniti modi per trovarsi esclusi da un determinato consesso, per sentirsi fuori posto dove sembra che altri stiano benissimo e pensare così di doverci camuffare, nascondere, senza mostrare mai come siamo veramente. Ma anche solo l’acqua contenuta in una lacrima potrebbe tradirci. In Pixar lo sanno bene e, ad ogni film, fanno in modo che questo accada.

Toccante, universale

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