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La felicità degli altri

Meglio essere invidiati o compatiti?

di

Nel bordino tiepido della nostra infelicità, nella nebbia del nostro malessere, possiamo andare avanti a vivere vite mediocri, facendo finta che siano quelle che volevamo, soddisfatti e contenti, compiaciuti delle mete raggiunte, vantando piccole soddisfazioni, vittorie da niente. Mal comune mezzo gaudio, insomma. Ma se qualcuno osa rischiare e lanciarsi in quello che davvero vorrebbe fare e se poi ottiene risultati ancora più favorevoli di quelli aspettati, può scoprire con sorpresa che nessuno gioisce con lui, anzi. Perché la sua vittoria sta lì a dimostrare che se davvero hai dentro qualcosa, puoi uscire dal pantano. E chi non lo fa non può più consolarsi e vive il successo dell’altro come un affronto. Su questi complessi meccanismi psicologici si basa il film La felicità degli altri, scritto dallo stesso regista Daniel Cohen, insieme a Olivier Dazat. Conosciamo due coppie: Léa (Bérénice Bejo) e il marito Marc (Vincent Cassel) e Karine e Francis, gli amici di sempre (interpretati da due facce note di molte commedie brillanti, Florence Foresti, François Damiens). Léa fa la commessa in un negozio di abbigliamento ed è addirittura prossima ad un’importante promozione. Ma lei, senza farsi troppa pubblicità, ha sempre amato scrivere e alla fine si ritrova con un libro da presentare a un editore. E il libro, poco alla volta, scala le classifiche, forse ne faranno un film negli USA e Léa diventa una star. Il marito, frustrato dirigente di medio livello, fatica a inghiottire il rospo, vedendo il successo della mite compagna come un affronto personale, nonostante i soldi a palate che arrivano. Ugualmente reagisce malissimo Karine, amica d’infanzia, che insieme al fallimentare compagno si arrabatta a inventarsi una qualunque attività che la possa portare al livello dell’amica. Ma se non c’ la sostanza, poco si può fare e i due, del tutto privi di qualunque scintilla non solo creativa ma proprio umana, si allontanano progressivamente da lei, lasciando trasparire accuse velate ma poi anche più dirette. Il tempo avrà ragione di tutto. Perché in fondo ciascuno seguirà il cammino che si è scritto, mentre credeva di farne un altro. Tranne Léa che, mite e gentile, il suo lo aveva ben chiaro. Incolpevole di tutto, pagherà però un suo prezzo. Ci sarà del resto un motivo se l’invidia è un peccato capitale. Gradevole commedia, con dialoghi fittissimi, La felicità degli altri conferma quel dono del cinema francese di fare ottimi film con soggetti quali impalpabili, grazie a dialoghi brillanti che non cercano di spiegare tutto, ma lasciano indizi precisi e grazie anche ad attori sempre sobri e credibili, anche se sono dei divi. La felicità degli altri fa sempre invidia, confessiamolo, mentre sappiamo benissimo che è meglio essere invidiati che compianti. Però quando la prossima volta un amico ci chiederà “come stai” attenti a rispondere con slancio” benissimo!”. Si rischia grosso.

Retrogusto amaro

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