Fuga dal potere
A guardare le vite di certi personaggi, sembra che la politica sia una cosa da pazzi. Quindi forse solo un matto vero potrebbe essere il politico perfetto. L'Onorevole Enrico Oliveri è il presidente del più grande partito d'opposizione, dal quale tutti si attendono il rilancio del paese (letto in generale come di sinistra, ma sull'appartenenza politica l'autore resta accuratamente vago ed equidistante). L'uomo, a picco nei sondaggi, è esaurito e demotivato per una sua profonda crisi esistenziale. All'improvviso si dilegua, lasciando lo sgomento assistente Andrea (Valerio Mastandrea) da solo a fronteggiare il partito, la stampa, l'opinione pubblica. Mentre Oliveri se ne torna in Francia dai suoi antichi amori, la sua ex Danielle e l'ambiente del cinema, Andrea, prima che la notizia si diffonda, si inventa un azzardato rimedio: convince il fratello gemello di Oliveri, Giovanni, a sostituire lo scomparso nel suo ruolo pubblico. Tutto bene se non fosse che Giovanni è un "matto" come si diceva un tempo, oggi definito come "afflitto da disturbo bipolare", una vita dentro e fuori dalle cliniche psichiatriche.
Che sensazione di leggera follia
Le statue ci guardano, mentre ignari ci arrabattiamo per tirare a campare, chi correttamente, chi meno, commentando sconsolate lo spettacolo sconfortante offerto da una società ben lontana dagli ideali, dai valori per i quali i personaggi immortalati hanno vissuto e meritato il monumento su cui si ergono solitari, Verdi, Garibaldi, Leopardi e anche un meno stimabile Cavalier Cazzaniga. Leo, un idraulico prematuramente vedovo, si barcamena faticosamente tra il suo lavoro e la non facile impresa di crescere i due figli adolescenti, Maddalena ed Elia, assistito nel suo immaginario dalla presenza della defunta moglie Teresa, che gli appare e scompare nei momenti più impensati. Per colpa di un video erotico girato di nascosto dal fidanzato mascalzone di Maddalena e messo a sua insaputa in internet, Leo è costretto a rivolgersi all'avvocato Malaffano, quasi un nomen omen, un personaggio truffaldino dai traffici loschi.
Attenti ai lupi
I due fratelli Cosimo (Valerio Mastandrea) ed Elia (Elio Germano), piccoli imprenditori edili, arrivano col loro furgone di bioedilizia per rifare la pavimentazione sul terrazzo della bella villa del famoso cantante Fausto Mieli, immersa negli splendidi boschi dell'Appennino tosco-emiliano, sua zona natale. Mieli è fuori dai giri che contano da parecchio ed è preso dall'organizzazione di un evento che potrebbe forse rilanciarlo, circoscritto però a quella zona. Incombe fin dall'inizio un presagio funesto, nei boschi i bracconieri hanno ammazzato un lupo, specie protetta, e questo "delitto" sembra innescare un effetto domino che progressivamente coinvolgerà tutti i personaggi, I fratelli romani sono come due corpi estranei in un tessuto già malato, in immediata frizione con i paesani, apertamente ostili, dichiaratamente minacciosi, fino alla prevedibile esplosione finale, determinata da una serie di eventi irrazionali.
Gli uomini persi
Giulio (Valerio Mastandrea) è un quarantenne romano impiegato all'Anagrafe del Comune, sposato con Elena (Barbora Bobulova) e con due figli, Camilla (Rosabell Laurenti Sellers), adolescente ribelle ma di buon cuore, e Luca (Lupo De Matteo), un bambino biondo, dolce e sognatore. Vive un'ordinaria e tranquilla vita tra il mutuo della casa, le rate dell'auto nuova e mille altri piccoli problemi economici. Purtroppo un suo errore, la breve tresca amorosa con una collega scoperta da sua moglie, butta all'aria tutta la sua esistenza. Costretto a lasciare la famiglia, inizia per lui un calvario senza fine. Con soli 1.200 euro al mese di stipendio, Giulio diventa un "equilibrista" che si barcamena con i conti che non tornano. Non potendosi permettere di pagare l'affitto di un appartamento, ma neanche quello di una pensione di quart'ordine, è pressato dai debiti, ma per orgoglio non vuole mettere al corrente i suoi familiari della sua situazione e deve ridursi a dormire tutte le notti al freddo dell'inverno nella sua auto. Neanche un secondo faticoso provvisorio lavoro in nero, come facchino all'ortomercato, lo aiuta a risolvere la sua condizione sociale, che raggiunge il suo momento più angosciante il giorno di Natale, quando è costretto ad accettare l'umiliazione di un pranzo organizzato da una mensa per poveri, tra extracomunitari, alcolizzati e altri disadattati sociali. Solo l'amore della figlia Camilla, che scopre la verità sulla sua vita miserabile forse lo salverà dal baratro. La ragazza e sua madre gireranno in motorino tra le allegre luci natalizie della città per riportarlo a casa, restituendogli la sua dignità....
Diciamo subito che da un punto di vista formale Romanzo di una strage è un ottimo esempio di cinema di divulgazione, di denuncia, con un appassionante crescendo da cupo thriller, all'altezza di tanti film complottasti degli anni '70, interpretato da un cast perfetto. Perché in un film come questo la discussione sulla sostanza rischia di far passare in secondo piano il giudizio sulla confezione, che è lodevole. I fatti sono noti: il 12 dicembre del 1969 scoppia una bomba nella sede della Banca dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Intanto scoppiano a Roma altre tre bombe, un altro ordigno viene trovato inesploso a Milano. Istantaneamente le indagini puntano sugli anarchici. Tre giorni dopo il ferroviere Giuseppe Pinelli vola dalla finestra della Questura, mentre viene arrestato e subito additato come colpevole ai mass media un altro anarchico, Pietro Valpreda. Della morte di Pinelli viene ritenuto moralmente responsabile il Commissario Luigi Calabresi, che sarà ammazzato nel maggio del 1972.
Tuttavia, il sodalizio tra Paolo Virzì e Valerio Mastandrea è unico nel panorama cinematografico attuale in Italia e viene ribadito, dopo N – Io e Napoleone e Tutta la vita davanti, da La prima cosa bella, ultima fatica del regista livornese.
Con il ruolo di Bruno, figlio dolente e irrisolto, in cerca della pacificazione con una madre invadente, inopportuna ma estremamente vitale (che ha i volti di Stefania Sandrelli, nelle scene ambientate nel presente, e Micaela Ramazzotti, per quelle in flashback), l’attore romano conferma di trovarsi particolarmente a suo agio sia con i personaggi che il regista gli mette a disposizione sia con il Virzì-uomo (e le battute che si scambiano negli incontri con la stampa lo testimoniano, come si capisce da quest’intervista al regista).
Parole di Paolo Virzì, pronunciate a ridosso della conferenza stampa organizzata per presentare la sua ultima fatica, La prima cosa bella, che non potranno non far piacere a quelle donne, belle e, soprattutto, brave che hanno impreziosito quest’opera.
In primis Stefania Sandrelli, che sta riscoprendo una seconda giovinezza nella quale, oltre a concedersi un esordio dietro la macchina da presa (con Christine Cristina, presentato in anteprima all’ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma), tratteggia, con il suo consueto entusiasmo, personaggi appassionati e appassionanti come la Anna Nigiotti in Michelucci del film di Virzì.
Poi Micaela Ramazzotti la quale, prima di diventare madre nella vita reale, si è anch’essa cimentata con la controparte giovane del medesimo personaggio, raffigurando, con talento, l’evoluzione, gli «inciampi» e la sfrenata vitalità che ne hanno segnato la vita, caratterizzata in maniera decisiva ed indelebile dall’amore viscerale che ogni mamma nutre verso i propri figli.
E proprio uno di questi figli (l’altro è Valerio Mastandrea) ha il volto di Claudia Pandolfi la quale, come lo stesso regista, torna a Livorno dodici anni dopo l’esperienza sul set di Ovosodo, per dar vita ad un personaggio che tanto sembra avere in comune, pur rifiutando di ammetterlo, con quella madre così imbarazzante e inopportuna.
È forse la pellicola più commovente ed emozionante di Paolo Virzì questo La prima cosa bella, nelle sale dal prossimo 15 Gennaio.


