Tuttavia, il sodalizio tra Paolo Virzì e Valerio Mastandrea è unico nel panorama cinematografico attuale in Italia e viene ribadito, dopo N – Io e Napoleone e Tutta la vita davanti, da La prima cosa bella, ultima fatica del regista livornese.
Con il ruolo di Bruno, figlio dolente e irrisolto, in cerca della pacificazione con una madre invadente, inopportuna ma estremamente vitale (che ha i volti di Stefania Sandrelli, nelle scene ambientate nel presente, e Micaela Ramazzotti, per quelle in flashback), l’attore romano conferma di trovarsi particolarmente a suo agio sia con i personaggi che il regista gli mette a disposizione sia con il Virzì-uomo (e le battute che si scambiano negli incontri con la stampa lo testimoniano, come si capisce da quest’intervista al regista).
Parole di Paolo Virzì, pronunciate a ridosso della conferenza stampa organizzata per presentare la sua ultima fatica, La prima cosa bella, che non potranno non far piacere a quelle donne, belle e, soprattutto, brave che hanno impreziosito quest’opera.
In primis Stefania Sandrelli, che sta riscoprendo una seconda giovinezza nella quale, oltre a concedersi un esordio dietro la macchina da presa (con Christine Cristina, presentato in anteprima all’ultima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma), tratteggia, con il suo consueto entusiasmo, personaggi appassionati e appassionanti come la Anna Nigiotti in Michelucci del film di Virzì.
Poi Micaela Ramazzotti la quale, prima di diventare madre nella vita reale, si è anch’essa cimentata con la controparte giovane del medesimo personaggio, raffigurando, con talento, l’evoluzione, gli «inciampi» e la sfrenata vitalità che ne hanno segnato la vita, caratterizzata in maniera decisiva ed indelebile dall’amore viscerale che ogni mamma nutre verso i propri figli.
E proprio uno di questi figli (l’altro è Valerio Mastandrea) ha il volto di Claudia Pandolfi la quale, come lo stesso regista, torna a Livorno dodici anni dopo l’esperienza sul set di Ovosodo, per dar vita ad un personaggio che tanto sembra avere in comune, pur rifiutando di ammetterlo, con quella madre così imbarazzante e inopportuna.
È forse la pellicola più commovente ed emozionante di Paolo Virzì questo La prima cosa bella, nelle sale dal prossimo 15 Gennaio.
Negli ultimi anni non si fa che parlare contro i film adolescenziali. E danno il cattivo esempio, e non rispecchiano la realtà, e sono fatti apposta per compiacere quel target, senza minimamente andare in profondità. Lamentele a cui prova a rispondere (vedremo in che modo) il film di Luis Prieto, che di teen-movie se ne intende, basti pensare al suo (sospendiamo il pessimo giudizio) HVDT. Che non è un insetticida, ma l'acronimo di Ho voglia di te, sequel del più fortunato (non a caso firmato da Lucini) 3msc.
Come direbbe Laura Pausini sono proprio “strani amori” quelli di Meno male che ci sei, storia del particolare rapporto tra una figlia diciassettenne e l'amante trentacinquenne del padre, che pur nell'evidente contrasto si scoprono complici nei loro personali e tormentati percorsi d’amore. Tratta dall’omonimo romanzo di Maria Daniela Raineri, questa storia tutta al femminile ha convinto la Cattleya a realizzare un atipico teen-movie che tenta di elevare il genere “mocciano” a qualcosa di più profondo e complesso. “Ci è piaciuta la piega originale del romanzo”, raccontano i produttori, “ovvero l’idea di mettere a confronto due generazioni di donne, entrambe per certi versi infantili e alla continua ricerca di qualcosa. La sfida sarà vedere se i giovani accetteranno questa evoluzione del teen-movie. Noi raccontiamo con questo film una storia molto vera e molto umana”.
Se un attore o un’attrice, dal passato indiscutibilmente glorioso, viene «folgorato» dalla lampeggiante fiamma della creatività registica, decidendosi a girare un film, troverà senza dubbio chi gli offrirà i mezzi (economici e tecnici) per realizzare tale sogno. Destino molto diverso da quello che attende tanti giovani registi italiani di talento, che frequentano l’underground dell’audiovisivo, collezionando cortometraggi e premi, ma che non troveranno mai, salvo rare eccezioni, la via che possa condurli alla sala cinematografica, finendo con l’arricchire le fila del precariato.
Azzardiamo un paragone con Hollywood, industria cinematografica che, pensiamo, non ha nulla da invidiare a quella del nostro Belpaese. Lì un attore, una star internazionale del calibro di Heath Ledger stava studiando per tentare il «salto» dietro la macchina da presa. Realizzava corti e video indipendenti in modo da sentirsi all’altezza di quel suo sogno, spezzato da una morte prematura.
Occorre, tuttavia, riconoscere a Stefania Sandrelli la fatica per aver dovuto superare gli ostacoli e le resistenze di un paese, il nostro, sicuramente poco galante nei confronti delle donne, oggi molto più di ieri. E il pregio dell’aver optato, umilmente, per un’idea di cinema molto rassicurante, «a conduzione familiare», circondandosi di familiari e amici a protezione di quel sogno, ingenuo, sincero e appassionato quanto quello di Ledger.
Ora passiamo al film.


