Regista di culto e decisamente trasversale è John Woo, al secolo Wú Yus?n, regista cinese impiantato a Hollywood.
Quando si pensa al cinema degli anni d'oro di Woody Allen (in particolare quello degli anni '70 e '80), la mente non può che soffermarsi sul suo appassionato, viscerale, genuino rapporto con New York, dove è nato, cresciuto e tuttora vive. È nella Grande Mela, infatti, che l'autore statunitense di origine ebrea ha girato alcuni dei suoi film più importanti e riusciti. Con l'uscita nelle sale del suo ultimo lavoro Basta che funzioni (Whatever Works il titolo originale), il quasi settantaquattrenne cineasta è tornato a parlare della sua adorata città natale dopo le ultime parentesi europee di Match Point, Scoop, Sogni e delitti e Vicky Cristina Barcelona.
“Tutto quello che voglio fare sono i buoni film di una volta; voglio fare film belli come si facevano un tempo, prima che diventassero così brutti”: così si presentava al pubblico Joe Dante agli inizi della sua carriera che l’ha portato in trent’anni a realizzare 25 film tra cinema e televisione. Appartenente alla generazione dei registi cinefili che hanno costituito la spina dorsale del New Horror americano, proprio come i suoi coetanei John Carpenter, Wes Craven o Tobe Hooper, Dante ha legato il suo nome e la sua fama al genere fantastico, all’interno del quale ha realizzato dei veri e propri classici contemporanei. Tra questi ci sono Gremlins e Salto nel buio i due film che Dante ha girato per la Amblin Entertainment di Steven Spielberg e che hanno fomentato interpretazioni critiche circa una forte similitudine tra l’opera di Dante e quella del regista di E.T.. In realtà, nonostante esistano alcuni elementi comuni (piccole realtà di provincia scosse da eventi fantastici, personaggi principali adolescenti o comunque dalla psicologia infantile) la visione di Dante si discosta dalla (spesso) caramellosa e acriticamente buonista poetica spielberghiana in funzione di un cinema intelligentemente citazionista, ironico, sferzante e fortemente critico nei confronti delle istituzioni americane (prima fra tutte l’Esercito). Dante, come Tarantino, è un regista che vive di cinema e lo ama profondamente e questo amore viscerale è chiaramente percepibile durante la visione dei suoi film: per Dante fare cinema è gioia e questa gioia ama condividerla con il suo pubblico.
“Sono venuto qui per dirvi questo…”. Così recita il noto discorso finale ai potenti del mondo del "diplomatico" alieno Klaatu nel primo (e ineguagliabile) Ultimatum alla terra di Robert Wise. Quasi 60 anni sono passati da quel 1951, quando per la prima volta fecero la loro comparsa al cinema gli “alieni”.
Woody Allen è New York.
La capitale della Costa Est si offre da sempre all’occhio di molti registi, sinceramente innamorati di lei. Come Martin Scorsese, che ne ha fatto lo sfondo di alcuni dei suoi molti capolavori (Mean Streets, New York New York, Taxi driver), o Spike Lee, il cui sguardo lucido e rigoroso si è ripetutamente soffermato sulle crepe nascoste e i conflitti più o meno latenti della vita metropolitana della Grande Mela (Fa’ la cosa giusta, Jungle Fever, La 25ª ora).
Il sentimento, pur indiscutibile e appassionato, di questi eccezionali autori non riesce a raggiungere, tuttavia, la mimesi quasi assoluta che lega Allen alla sua Musa. La realtà complessa, dalle molte, spesso anche opposte, facce e in continuo mutamento di quest’ultima si riflette quasi perfettamente nelle idiosincrasie e nelle nevrosi del regista e dei suoi vari alter ego cinematografici. Anche se, come precisa lui stesso, “i miei film descrivono la New York dei miei sogni, dei miei desideri, a volte dei miei ricordi”. E, ancor prima che in Manhattan, Allen raggiunge tale sublimazione della realtà nel sogno con Io e Annie (Annie Hall, 1977).
Woody Allen, pseudonimo di Allan Stewart Königsberg, nasce il 1º dicembre 1935 a Brooklyn. Il padre Martin svolge diversi lavori (intagliatore, cameriere, tassista); la madre, Nettea Cherry, è impiegata presso un fiorista. Entrambi ebrei di origine europea, nel 1943 danno alla luce anche Letty Aronson.
Figlio di René, professore di biologia, e Anne-Marie, un'insegnante, a François Ozon la vita stava regalando un futuro da modello, indossatore, ragazzo immagine.
Vi abbiamo parlato delle difficoltà dell'inizio, raccontato le rocambolesche disavventure nel mezzo, non potevamo non chiudere commentando gli ultimi giorni di quest'incredibile viaggio collettivo nella settima arte, che i più si accontentano di chiamare "Mostra d'Arte cinematografica", mentre noi di Moviesushi non abbiamo ancora trovato un titolo appropriato per definire l'indefinibile. (In compenso, però, abbiamo una frase tormentone, sentenziata per la prima volta con memorabile solennità da un nostro collaboratore, in una notte senza luna: "Conviene sempre scrivere cose importanti". Ipse dixit, un'illuminazione!).


