Di Pierfranco Bianchetti   |   28 Febbraio 2013

Casa, dolce casa
Il 28 febbraio 1949 fu approvato dal Parlamento italiano Il Piano Casa, un provvedimento storico voluto dal senatore Amintore Fanfani che prevedeva la costruzione di migliaia di alloggi popolari da destinare alle classi sociali più umili, che la seconda guerra mondiale e i conseguenti massicci bombardamenti avevano privato di un tetto sotto il quale vivere. Il cinema italiano dell'epoca non trascurò di affrontare quest'importante tema sociale. Mario Monicelli già nel 1949 con Totò cerca casa, prese di petto la questione raccontando il dramma di Beniamino Lovacchio, un poveraccio interpretato dal grande comico napoletano, che nel dopoguerra cerca disperatamente una soluzione abitativa per la sua famiglia finendo a vivere nell'appartamento del custode di un cimitero.

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Di Giuliana Molteni   |   30 Novembre 2012

La felicità, pagando
Soleggiata mattina della Vigilia di Natale, una famiglia al completo, tre generazioni riunite intorno a una tavola imbandita di ogni ben di dio, nello splendido casolare in Umbria, confortevole ed elegante come la patinata versione extra lusso della Famiglia del Mulino Bianco: quale sogno più bello. Peccato che niente sia come sembra perché il capofamiglia, il ricco e solitario Leone (Sergio Castellitto) ha noleggiato un'intera compagnia teatrale in difficoltà finanziaria, per rivestire ogni ruolo, come da accurata sceneggiatura da lui stesso scritta.

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Di Giuliana Molteni   |   29 Febbraio 2012
Tre esemplari adulti di maschio medio italiano, diversamente disastrati, si ritrovano a vivere sotto lo stesso tetto. Sono afflitti da situazioni famigliari simili, tutti sposati con prole e separati, gravati da un cumulo di spese che l’attuale situazione economica rende insopportabile. Ulisse (Verdone), è un glorioso ex produttore discografico, che scelte sbagliate e tempi mutati hanno trasformato in un bottegaio di vinili d’epoca, attività elegantemente demodé ma assai poco redditizia. Domenico (Giallini), adultero impenitente, malato di gioco d’azzardo, ha mandato in rovina la sua attività immobiliare, già piegata dalla crisi. La stessa crisi che ha fatto da zavorra alla promettente carriera di Fulvio, (Favino), giornalista cinematografico ridotto alle interviste con le attricette televisive. La convivenza fra tre caratteri tanto diversi si rivela inevitabilmente difficile, fra momenti di apparente confidenza e scontri veri e propri, in cui le alleanze cambiano volta per volta. Di fondo però i tre non si sopportano, non si capiscono, non condividono le reciproche scelte. Dopo essersi almeno sostenuti economicamente grazie alla convivenza, non troveranno l’uno nell’altro l’aiuto per cambiare, per migliorare, come è tradizione della commedia corale, nella quale difetti e qualità si mischiano per raggiungere un equilibrio ideale. Alla fine sarà solo dentro di sé che ciascuno troverà la forza per andare avanti e, se non per risolvere, per lo meno per portare avanti dignitosamente un’esistenza diversa, in un bel finale aperto che lascia allo spettatore decidere quale futuro possa attendere i tre personaggi.
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Di Giuliana Molteni   |   27 Gennaio 2012
Tutti i poliziotti sono dei bastardi, questo significa l’acronimo ACAB, nel gergo degli Skinhead. Molto cinema ci ha mostrato come quello del poliziotto sia uno sporco mestiere (ma qualcuno lo deve pur fare), esercitato spesso da personaggi borderline, uomini induriti da una vita sempre in tensione, nella quale la violenza è un contagio che genera altra violenza, spesso solitari o con difficili rapporti famigliari perché quello del poliziotto è un mestiere invadente e senza orari, mai troppo liberal perché misurarsi con i delinquenti non permette di essere political correct. E non è necessario lavorare in qualche prestigiosa squadra omicidi a Los Angeles o Miami per ritrovarsi in queste condizioni. Basta essere dei celerini a Roma, poliziotti che fanno il servizio per strada, sulle Volanti, quelli che vorremmo sempre pronti a rispondere alle nostre chiamate, a castigare chi secondo noi se lo merita, per poi indignarci e invocare a gran voce sanzioni pesanti quando nell’azione le cose degenerano. Ma sono l’ultima ruota del carro anche loro, quelli a più stretto contatto con la schiuma della società, detestati da molti “civili” esasperati che non riescono più a fare i doverosi distinguo, disprezzati dai colleghi di altri corpi di Polizia.
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Di Giuliana Molteni   |   11 Marzo 2011

Stessa spiaggia, stesso mare. Più di 35 anni fa Vincenzo Cerami, romanziere e sceneggiatore per Benigni, Amelio, Bellocchio, Bertolucci, scriveva la sceneggiatura di Casotto, film diretto da Sergio Citti. Oggi suo figlio Matteo dirige Tutti al mare, non proprio un remake, quasi un aggiornamento.

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Di MovieSushi.it   |   30 Dicembre 2009
Questo Cristo che si sacrifica, questo Cristo che soffre, questo Cristo che si immola.. Ricordate Padre Spinetti, il finto sacerdote interpretato da Carlo Verdone in Acqua e sapone? Il regista e attore romano è tornato in abito talare, ma stavolta non è né un impostore, né una caricatura come i preti impersonati in Un sacco bello e Viaggi di nozze. Il Padre Carlo di Io, loro e Lara, il suo nuovo film, è un prete vero. Anzi, un uomo, prima ancora che un prete. Una figura lontana dalle macchiette quanto dall’immagine dei prelati a cui ci hanno abituati i media. Lo ricorda lo stesso Padre Carlo in una scena del film. E, in quanto uomo, è in preda a dubbi, a una crisi d’identità prima ancora che di fede. Così lascia l’Africa, dove fa il missionario, e torna a Roma. Dove trova una famiglia allo sbando: il padre si è risposato con una badante moldava, la sorella ha una figlia alienata e l’ex marito che non le paga gli alimenti, il fratello è un cocainomane con relazioni poco stabili. In montaggio alternato vediamo Lara, ragazza tormentata tra assistenti sociali e chat erotiche, e capiamo che le loro strade si incroceranno. Il come è una sorpresa. Perché le vie del Signore sono infinite.
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Di MovieSushi.it   |   30 Dicembre 2009
“Pedinatore di italiani”. È così che si definisce Carlo Verdone, che ha presentato oggi a Roma Io, loro e Lara, il suo nuovo film, in uscita il 5 gennaio in 650 copie. La nuova definizione si aggiunge a quella di “melancomico”, che gli fu data qualche anno fa, e che cita ancora oggi. E, mescolate insieme, riescono a dare la cifra di quello che è il suo nuovo film. Perché Io, loro e Lara torna a un cinema più velato di malinconia, lungo un filone iniziato con Io e mia sorella e continuato con Compagni di scuola Perdiamoci di vista. Ed è un film che, partendo da una vicenda personale, parla dell’Italia di oggi: ci sono gli immigrati, i precari, le famiglie divise e le nuove famiglie allargate. C’è la Chiesa, una Chiesa insolita e diversa da quella ufficiale che siamo abituati a vedere. Lo ricorda, in una scena, proprio il personaggio di Verdone, Padre Carlo. Un missionario in crisi di fede e d’identità che torna in Italia per trovare conforto – dalla sua famiglia – e trova solo sconforto: il padre è circuito da una badante moldava, la sorella divorziata (Anna Bonaiuto) deve fare i salti mortali per mantenere la figlia, il fratello cocainomane (Marco Giallini) vive di relazioni molto instabili. E nella loro vita – non vi sveliamo come – deve ancora entrare la misteriosa Lara (Laura Chiatti), ragazza tormentata con più di un segreto. “È un film particolare, coraggioso, giocato sui mezzi toni” ha esordito Verdone. “È la prima volta che faccio un prete, perché non possiamo considerare la caratterizzazioni dei miei film del passato. Ho voluto raccontare la storia di un uomo perbene che si trova in una crisi”. Non è un caso che Verdone torni con un film di questo tipo, una svolta matura più volte tentata e poi abbandonata. Non è un caso perché Verdone gira un film prodotto e distribuito dalla Warner dopo i due film con la Filmauro di De Laurentiis, evidentemente più incline a un cinema di puro intrattenimento. Nella conferenza stampa è arrivata inevitabile la domanda su che differenza ci sia tra le due produzioni. E la risposta di Verdone, seppur diplomatica e priva di ogni polemica, è stata illuminante su come funzionino i meccanismi del cinema.
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Di MovieSushi.it   |   14 Dicembre 2009
Per fiducia, il titolo del progetto lanciato il marzo scorso da Intesa Sanpaolo con l’obiettivo di dare fiducia agli italiani nel mezzo della crisi, con i tre corti girati da Olmi, Salvatores e Sorrentino, acquista in questa seconda fase un significato tutto particolare. I tre maestri del nostro cinema hanno infatti passato il testimone a tre giovani registi: Alessandro Celli, Massimiliano Camaiti e Pippo Mezzapesa. La parola fiducia, allora, non è solo il tema attorno al quale si svolgono gli elaborati dei tre autori. Ma è anche e soprattutto un gesto concreto, una mano tesa a tre artisti verso la realizzazione del proprio lavoro. E nell’Italia di oggi non è poco.
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Di MovieSushi.it   |   04 Dicembre 2009
“La fiducia ha bisogno di presente ma anche di memoria, di passato come di futuro. La fiducia ha bisogno di esempi nei quali riconoscersi”. Così Corrado Passera, A.D. di Banca Intesa Sanpaolo ha introdotto ieri a Roma la nuova fase del progetto Per fiducia, partito lo scorso marzo per dare un segnale contro la crisi. Per creare esempi nei quali riconoscersi è perfetto il cinema. Così, dopo i cortometraggi girati da Olmi, Salvatores e Sorrentino, il testimone è passato a tre autori emergenti scelti proprio dai maestri: Massimiliano Camaiti, Pippo Mezzapesa e Alessandro Celli. In questo modo la fiducia non rimane una parola, ma diventa concreta, una possibilità data a dei giovani artisti. Così i nostri piccoli autori crescono.
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Di MovieSushi.it   |   04 Dicembre 2009

Indossa ancora la tonaca ma questa volta seriamente (o quasi) accanto a una Laura Chiatti scatenata. Carlo Verdone sarà a gennaio nelle sale con Io, loro e Lara, pellicola prodotta dalla Warner Bros svelata in anteprima in rapidi frammenti alle Giornate Professionali di Cinema a Sorrento.

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