Nella sala dell'hotel londinese Dorchester in cui incontriamo il cast di Batman (Oldman e Freeman esclusi), l'atmosfera è pesante. I sorrisi sono pochi, un'assenza ingombrante aleggia su tutti.
E' quella di Heath Ledger, la sua voce gentile e il suo sguardo dolce e malinconico avrebbero molto da dire, forse tutto. E' lui il centro pulsante di un film eccezionale, è il suo talento e la sua accuratezza che ci hanno regalato una delle interpretazioni più intense, originali e potenti della storia del cinema. «Heath aveva capito fin dall'inizio che cosa cercavo. E ha realizzato un personaggio completamente diverso da quelli esistenti».
Laconico il cineasta Christopher Nolan, che ha creduto in lui quando molti storcevano il naso. Insieme hanno cancellato il gigione irresistibile Jack Nicholson con il suo contrario: un Joker mal truccato, sfregiato rozzamente, la cui follia non ha nulla del lucido istrionismo dell'antenato. Lui era una maschera, Heath è il Male nella sua fragile potenza, nella sua crudele sensibilità. «E' il miglior cattivo di sempre - afferma sicuro Michael Caine - e io me ne intendo. Supera Hannibal Lecter, è impressionante quello che gli ho visto fare davanti alla macchina da presa. Se vincerà l'Oscar postumo? Intanto avrà di sicuro la mia nomination e quella di chi fa parte dell'Academy nel cast». Non è paternalismo, né un ricordo ammorbidito dalla tragedia del 22 gennaio scorso, quando un'overdose di farmaci se l'è portato via.
«Era straordinario - ricorda Aaron Eckhart - spesso sorprendevo Gary Oldman che lo fissava, ammirato dal suo talento». Persino Christian Bale, che è apparso distratto e inquieto (ieri poi si è saputo domenica scorsa aveva malmenato madre e sorella, motivo per cui è stato arrestato e subito rilasciato), non si è sottratto a raccontare il suo Ledger. «E', era una gioia vederlo recitare. Si divertiva in quello che faceva, un grande talento. Non si può che definirlo speciale».
Lo era eccome, Heath, dopo una carriera da giovane promessa altalenante, per scelte sbagliate e miopia critica (pochi lo notarono nello splendido ruolo che fece in Lords of Dogtown, in cui forse fa una delle sue scene più belle, piallando una tavola da surf), Ang Lee lo proiettò nell'olimpo con il cowboy gay di Brokeback Mountain. Poi sono arrivati il suo Bob Dylan per Todd Haynes e questo Joker da antologia. Aspettiamo a novembre, ultimo battito d'ali, il Dottor Parnassius di Gilliam.
Lo salutiamo, con tutto l'odio e la rabbia possibili. Uno così bravo non può morire così presto. E' insopportabile e ingiusto.
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