Indipendente e con la passione più per la scrittura che per la regia. Non interessato agli incassi quanto al fatto che il pubblico trovi i suoi film "interessanti" (in modo che possano apprenderli a pieno ad una seconda, forse necessaria, visione). Francis Ford Coppola segue ormai una propria linea e nessuno sembra poterlo fermare in questo suo personalissimo percorso nella propria vita, nel tempo e nel cinema.
Troppo facile prendere il (brutto) titolo italiano del suo film Un'altra giovinezza (che sostituisce Youth without Youth), per parlare di questa sua nuova fase registica, iniziata 10 anni dopo gli ultimi Jack (1996) e Rain Man - L'uomo della pioggia (1997).
Coppola realizza il desiderio di una vita: girare film particolari, ma soprattutto dedicarsi alla sceneggiatura, alla fase di scrittura di concetti, riflessioni e storie che incontrino un cinema che sappia eccedere lo spazio e il tempo caricandosi di poesia e pindarici voli filosofici. Da Un'altra giovinezza a Segreti di famiglia (altro obrobrio tutto italiano in sostituzione di Tetro), Coppola lavora sul doppio binario del sapere e dell'amare, della conoscenza e dei sentimenti. Che sia un ragazzo alla ricerca della verità sul proprio passato o uno scienziato a caccia delle origini del linguaggio, le sue storie si muovono sempre in direzione di una scoperta, in un percorso che sul finale chiede però sempre di essere rinnegato.
Luce e oscurità dunque, con da una parte una verità che chiede di essere illuminata e dall'altra un amore che predica il ritorno all'oscurità in nome di qualcosa di più vicino e privato, ma anche più ancestrale, enigmatico e inafferrabile. Il tempo diventa per i protagonisti (e per il regista, ormai in età avanzata) una sfida e il Sapere si configura invece come l'obiettivo disperato che però sembra chiedere come pegno la rinuncia agli affetti.
Un'altra giovinezza è stata definito da molta critica l'INLAND EMPIRE coppoliano e non solo per un'ambientazione rumena scelta anche da David Lynch, ma per questo continuo gioco con le nozioni di tempo, del doppio, di identità sfuggenti nella necessità di liberarsi dei propri fantasmi e delle proprie frustrazioni. La perdita di legami spaziali e temporali è funzionale ad una simbologia volta a delinearci i percorsi psicologi di personaggi effettivamente disancorati dalle loro vite, in una disorientata ricerca rivolta indietro nel tempo fino alle origini, per recuperare valori persi che sanino contrasti inconciliabili.
Del resto Coppola stesso lo dice: Il tempo è consapevolezza. Ma ordinare tutto secondo un ordine razionale e cronologico vuol dire forse anche rinunciare alla poesia della vita, che rende il tutto un po' più malinconico ma per certi versi più magico, proprio come questi due ultime lavori del regista.
Il tutto è immerso in un gioco di realtà/finzione (quasi almodovariano nell'ultimo Tetro) in cui Coppola gioca con il cinema un po' come già aveva fatto nel Dracula di Bram Stoker. Mescola i generi, l'horror, il soprannaturale, il noir, il melodramma, in nome di un cinema catartico (il gioco meta-artistico è evidente in Tetro), che già per sua natura si fonda sull'insanabile dicotomia tra luce (del proiettore) e oscurità (della sala).
Tetro costituisce, anche se non narrativamente, il proseguo della riflessione coppoliana, che abbandona le precedenti derive mistiche per una storia più solida e dai contrasti più netti (a partire dal bianco e nero), diventando sempre più personale, sempre più "tetro" e allo stesso tempo anche sempre più illuminato dall'entusiasmo di una "spensierata saggezza" tipica solo dei giovani/vecchi che con orgoglio sfidano il tempo e le sue leggi.