Oltre 600 sale sono pronte ad accogliere Baciami ancora di Gabriele Muccino, seguito de L’ultimo bacio. Ultime notizie sostengono che per la prima volta Baciami ancora verrà distribuito nella versione con sottotitoli per non udenti. Sforzo encomiabile del regista di affacciare il cinema alle categorie meno fortunate.
Baciami ancora si discosta da L’ultimo bacio per la filosofia con cui Muccino affronta il problema “Amore”, argomento ricorrente nella sua cinematografia. Se L’ultimo bacio poteva essere letto come un grido che denunciava l’instabilità dei rapporti, l’utopia di una vita insieme davvero priva di ombre, riuscendo infine a spostare il baricentro dalla commedia al dramma, in Baciami ancora Muccino compie effettivamente una retromarcia e inneggia all’importanza della coppia (anche “a tutti i costi”) e della stabilità emotiva. In questo senso, il suo film diventa una sorta di rilettura, di rettifica di quanto espresso quasi dieci anni prima. Un atto di maturità.
Molti maestri del cinema come Bergman o Rohmer, hanno tentato la stessa operazione, tornando a riprendere personaggi dopo molto tempo. Quello che però riuscivano a fare questi grandi a differenza del nostro Gabriele Muccino era quello di tenere conto “effettivamente” del tempo trascorso nella vita dei caratteri. In Baciami ancora, malgrado la diversa situazione in cui ritroviamo i protagonisti, questo sembra non accadere. Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Marco Cocci e Giorgio Pasotti pur bravissimi, appaiono troppo simili ai personaggi che erano e rischiano in più occasioni di lasciarsi andare al mero amarcord. Curiosamente, la sostituzione di Giovanna Mezzogiorno con l’attrice Vittoria Puccini per il personaggio cardine di Giulia, appare come una ventata di aria fresca in un cast che dà segni sparsi di stanchezza.
Perché effettivamente esiste un buco narrativo incolmabile. Dieci anni: il tempo trascorso sia nella storia narrata, sia nella realtà. In questo decennio i personaggi si ritrovano decisamente malmessi: chi depresso cronico, chi costantemente in fuga, chi instabile e così via. E malgrado Muccino tenti di compensare (spiegandolo) il gap, il risultato è piuttosto laconico. Quasi aprioristico nella sua rigidità. Come a dire: non serve spiegare perché stanno male, ci stanno e basta.
In questo senso, pur constatando la decisa maturità raggiunta dalla regia (complici le esperienze hollywoodiane con l’amico Will Smith, qui anche omaggiato in una scena), non si può dire lo stesso della sceneggiatura, ancora troppo sovraeccitata e per questo confusa.
Insomma, il Gabriele di ieri era certamente meno sicuro delle sue potenzialità, ma forse appariva più fresco e meno condizionato da meccaniche di produzione (pubblicità occulta piuttosto che scene ritagliate su misura per l’uno o l’altro attore) che lo hanno poi apparentemente disorientato. Il Muccino di oggi al contrario appare come un regista pronto a prendersi responsabilità maggiori e a indirizzarsi su progetti diversi. Voci di corridoio lo vogliono impegnato in una commedia con Gerard Butler. Altre persino in un film di fantascienza. Vedremo il Muccino di domani, insomma, sicuri di trovarlo cresciuto ancora un poco verso la vera e meritata consacrazione.