23:23. Sonia e Guido si sono appena incontrati. A uno speed date, uno di quegli appuntamenti in penombra, se non al buio, in cui si parla per pochi minuti con una persona prima di decidere se uscire insieme a lei. Guardano l’orologio, sono le 23:23. È una doppia ora. È come quando cade una stella” dice Guido. “Bisogna esprimere i desideri”. “E funziona?” chiede Sonia. “No”, risponde lui. Il desiderio che esprimiamo ogni volta che vediamo un film italiano è che sia un prodotto coraggioso, originale, di livello internazionale. Non televisivo. E non scontato. Il desiderio potrebbe avverarsi con La doppia ora, dell’esordiente Giuseppe Capotondi, la vera sorpresa italiana del Festival di Venezia. Che è un film di genere, un thriller. E che ha poco di italiano: questo è stato il giudizio di tutti quelli che l’hanno visto al festival.
Sono due persone sole, Guido (Filippo Timi) e Sonia (Ksenia Rappoport). Lei lavora duro come cameriera in un hotel. Lui è un ex poliziotto che lavora alla sorveglianza di una villa. Fa sesso in maniera rabbiosa, ma senza vera passione, con chi gli capita. Guido e Sonia sono due destini che si uniscono. Fino a che lui la porta alla villa che sorveglia, e viene aggredito. C’è uno sparo. E non vi raccontiamo di più.
La vita continua. Ma c’è qualcosa di strano. Le persone sembrano braccarti. Una canzone che avevi ascoltato con lui risuona all’improvviso e ti riporta indietro nel tempo. La foto di un posto in cui non sei mai stata. E le immagini della tv a circuito chiuso dell’albergo che mostrano l’immagine di qualcuno che non è lì (come in Fuoco cammina con me di Lynch). Siamo sicuri che le immagini ci restituiscano la realtà? O forse possono essere manipolate, e mentire? O ancora, possono rivelarci qualcosa che i nostri occhi non vedono? O è la nostra mente la creatrice di immagini più potente, che vede quello che vogliamo vedere, rielabora visioni, suoni, ricordi e li filtra attraverso il senso di colpa, il rimpianto, il desiderio?
La doppia ora scorre lungo le strade perdute di David Lynch, più precisamente sulla pericolosa e oscura Mulholland Drive. È un doppio sogno in cui la percezione è vittima di un doppio inganno. È la percezione di Sonia a essere ingannata, ma anche quella dello spettatore, sia quando coincide con la sua, sia quando la vede dall’esterno, e si innamora di lei. Sonia/Ksenia ha quegli occhi verdi perennemente sgranati e increduli, quel volto da cerbiatto sperduto e impaurito, che ci viene voglia di proteggerla. In fondo è una sconosciuta, per citare il film che ce l’ha fatta conoscere, ma è così bella che alla fine non ci importa di conoscerla o meno.
Capotondi firma un ottimo esordio, un thriller dell’anima intenso, avvolgente e sospeso, carico di suspence e di attese. Filma con la macchina da presa addosso ai volti, soprattutto a quello di Ksenia Rappoport, in maniera quasi “erotica” (l’ha dichiarato lui stesso), quasi a sfiorarla. È bravo, Capotondi, a mantenere il suo sguardo sui personaggi quell’attimo in più, per carpire quell’espressione che non avremmo visto, e che ci trasmette un senso di inquietudine. È bravo anche a filmare gli spazi vuoti, quei non luoghi come corridoi e camere d’albergo, parcheggi sotterranei. Che poi sono i nostri vuoti interiori. Poco importa allora che ci sia qualche sbavatura (il primo arcano svelato un po’ troppo presto, il secondo eccessivamente spiegato). La doppia ora funziona. Il desiderio (quello di un cinema italiano all’altezza) si è avverato.
Thriller dell’anima intenso, avvolgente e sospeso, lungo le strade perdute di David Lynch
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