Come sempre accade, le polemiche feroci che anticipano l'uscita di un film finiscono per rivelarsi o un'abile mossa pubblicitaria o molto fumo e niente arrosto.
Poco infatti c'è da dibattere sull'opera di Renato De Maria liberamente ispirata a Micciacorta, il romanzo scritto dall'ex-terrorista Sergio Segio. Il suo La prima linea è infatti talmente incapace di andare oltre il citazionismo storico (con le usuali immagini d'epoca infilate durante la narrazione), di offrire un messaggio forte non banalmente retorico e di riflettere sulle cause e sullo sfondo sociale della vicenda raccontata, che ogni indignazione suscitata appare davvero priva di ogni senso.
Il film narra di una storia di perdizione e criminalità, una vicenda di ribellione che dalle pacifiche manifestazioni sfocia in un terrorismo "senza umanità". Sono gli anni di Prima Linea, l'organizzazione a capo di numerosi attentati in quelli che le future generazioni avrebbero conosciuto come gli anni di piombo. De Maria romanza la vicenda allo stesso modo di Romanzo Criminale, ma rispetto al film di Placido manca quella solida regia e quelle forti interpretazioni che garantiscono la riuscita di un certo tipo di film.
De Maria realizza invece un'opera che sul piano stilistico è abbastanza povera di idee e piuttosto piatta, una pellicola che tenta di trovare senza riuscirci quel connubio tra film di genere e film d'autore di denuncia che invece altre opere europee come il comunque non perfetto Nemico Pubblico n. 1 di Jean-François Richet e La Banda Baader Meinhof di Uli Udel hanno recentemente saputo individuare. Il film manca qui di approfondimento storico, manca persino di tensione, di una complessità alla quale invece è preferita una scialba storia d'amore che occupa gran parte della vicenda.
Dalla nostalgia delle manifestazioni di una volta, alla pistola metafora della perdita dell'umanità, il film si muove per tutta la sua durata su un orizzonte retorico talvolta anche ricattatorio (il tenero vecchietto col suo tenero cane, uccisi nella scena dell'evasione, sembrano messi lì apposta per far commuovere a tutti i costi), con dialoghi farciti da luoghi comuni e banalità, nonchè poco credibili nel loro didascalismo e ancor meno convincenti se messi in bocca a protagonisti altrettanto poco in parte (mai forse una coppia è risultata peggio amalgamata come quella formata da Riccardo Scamarcio e una irriconoscibile Giovanna Mezzogiorno).
Di nuovo l'Italia si scopre dunque incapace di raccontare il terrorismo senza una visione fatta di stereotipi (ormai i criminali ci sembrano tutti uguali e dicono sempre le stesse cose) e contaminata da una semplificazione di matrice televisiva che spesso passa come tentativo di avvicinamento al grande pubblico, ma che è invece solo lo specchio di un mancato desiderio di approfondimento e di cultura.
Quasi sempre è così: quando un film è circondato da polemiche, il risultato delude e rivela l'inutilità di tutta l'operazione. |
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