I vincenti non sono quelli che non cadono mai. Ma quelli che dopo ogni caduta sanno rialzarsi. Vale per la boxe, ma è chiaro che vale anche per la vita. È un insegnamento che Mero (Sergio Castellitto), operaio specializzato, trasmette a suo figlio Lorenzo. Mero è stato un pugile di poco conto, e ora sogna per il figlio un futuro in questo spot. Lo allena, e cerca di proteggerlo – lo ribadisce a ogni occasione – dagli urti della vita. Ma di fatto lo relega in un mondo chiuso, non lasciandogli lo spazio per esprimersi. E non riuscirà a proteggerlo per sempre. “Ti devi proteggere, ti devi prendere cura di te”, gli ripete quasi ossessivamente. Alzare la testa significa tenere alta la guardia. E in questo caso la boxe è una perfetta metafora di vita.
È questo lo spunto iniziale di Alza la testa, opera seconda di Alessandro Angelini, dopo l’applaudito esordio con L’aria salata. È un autore interessato ai confronti, Angelini. In primis il rapporto tra padri e figli, che permeava L’aria salata, ed è anche al centro di questo film. Sono storie archetipiche, che potrebbero arrivare da una tragedia greca. Ma in questo film Angelini aggiunge altri confronti. C’è quello con gli stranieri, e poi più in generale quello con i diversi. È interessato all’oggi, alla realtà circostante, Angelini. Dimostra di tenere ai problemi dell’integrazione, uno dei punti nodali della società contemporanea. E il personaggio di Mero, in questo senso, è scritto molto bene. È lo specchio di molti italiani della sua generazione, disposti anche a integrarsi con gli stranieri quando si tratta di colleghi di lavoro, ma non quando si tratta della fidanzata del figlio. Mentre proprio Lorenzo rappresenta la nuova generazione, quella che sembra essere più aperta, avere meno pregiudizi perché cresciuta naturalmente nella società multietnica di oggi.
Discorsi interessanti, rigorosi, necessari. A metà film però la sceneggiatura abbassa la guardia. Dopo un evento tragico, che non vi sveliamo, la storia abbandona quell’affascinante incontro/scontro tra padre e figlio che tanto ci stava affascinando, e che ci sarebbe interessato seguire. E prende altre strade, come la prende uno dei protagonisti, andando nel nordest (Gorizia). La sceneggiatura, coesa, rigorosa, perfetta, nella prima metà, decide di puntare in alto, di raccontare nuove, e troppe, cose. Con delle svolte narrative improvvise e un po’ forzate (ci sono almeno tre colpi di scena) che stridono con il tono asciutto e controllato della prima parte. Per concludersi in maniera quasi irreale, con quello che Castellitto ha definito un “miracolo zavattiniano”.
Forse si rimane spiazzati dal non trovare la storia a cui credevamo di assistere. Ma è un peccato che certe soluzioni tolgano forza al film invece di rinforzarlo. Il cinema di Angelini continua a piacerci, è un cinema che non fa sconti, non ci risparmia nulla, non è mai edulcorato né conciliante. È un cinema che ci mette di fronte a noi stessi, ci fa fare i conti con la vita. Grazie anche alla tecnica molto realistica con cui è girato, ricca di sequenze girate con camera a mano, e a un occhio sempre nel cuore della scena. È un cinema fatto di grandi prove attoriali (Castellitto dopo il Colangeli de L’aria salata). Ed è soprattutto un cinema mai manicheo, che non dà giudizi né messaggi precostituiti, ma fa pensare. In questa prova Angelini mescola i generi: al realismo iniziale, con qualche sfumatura da commedia, si passa al racconto di formazione e poi al dramma. Non è una vera e propria caduta, Alza la testa, ma è una prova non riuscita completamente. Ma nel panorama del cinema italiano Angelini può andare in giro “a testa alta”.
Cinema che non fa sconti e non risparmia nulla, con un grande Castellitto. Peccato che a metà la sceneggiatura abbassi la guardia...
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