Finzione, inganno, beffarda impostura.
Il cinema di
Radu Mihăileanu ruota da sempre attorno a questi elementi, che ritornano anche nella sua ultima opera,
Il concerto, nelle sale italiane dal prossimo 29 Gennaio ma presentato in anteprima (trovate
qui la nostra recensione) all’ultima edizione del
Festival Internazionale del Cinema di Roma.
Ad essi, il regista rumeno aggiunge quel tocco di leggera e brillante ironia che, nel 1998, lo fece conoscere al grande pubblico con
Train de vie – Un treno per vivere. Nel poetico racconto ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale la grottesca preparazione di un finto treno di deportazione da parte di una comunità ebraica diventa il simbolo della reazione, comica e fiabesca, alla barbarie nazista.
La storia di alcuni musicisti ebrei, allontanati dal Bolshoi di Mosca all’epoca della Russia comunista, che accettano l’invito ad esibirsi in un prestigioso teatro di Parigi, in realtà destinato alla vera orchestra del celebre teatro russo, caratterizza invece Il concerto.
Ancora una volta, dunque, Mihăileanu ci offre la sua preziosa lezione: guardare negli occhi la tragedia, l’Olocausto come gli orrori dell’URSS, e avere il coraggio di irriderla, non significa sottovalutarla ma è, al contrario, l’unico modo di sopravvivere ad essa e, forse, prendersi una rivincita nei suoi confronti.
Abbiamo incontrato il regista e ne abbiamo parlato con lui.
Il complesso rapporto tra il singolo e la società è il fulcro attorno al quale ruota la trama de Il concerto. Come si colloca, a questo proposito, la metafora musicale da lei scelta per esprimere questa articolata relazione?
Ci sono, in realtà, due temi prevalenti in questo film. Il primo riguarda la dignità e l’autostima che ogni essere umano deve possedere perché esse sono la condizione necessaria per l’esistenza umana. In secondo luogo, Il concerto affronta, in modo leggero e con i toni da commedia, la relazione tra il singolo individuo e la collettività. La società dei paesi comunisti dell’Est tendeva, infatti, a schiacciare l’individuo e a privilegiare, fino alle estreme conseguenze di natura dittatoriale, la collettività; la società occidentale, al contrario, impone una sorta di «dittatura dell’individuo» attraverso il denaro la quale nega, di fatto, il collettivo. Ho scelto, come brano centrale del mio film, il Concerto per violino e orchestra di Tchaikovsky proprio perché ci dice che l’armonia suprema può essere realizzata solo attraverso l’equilibrio tra l’individuo, il singolo e, quindi, il violino solista, e l’orchestra, la collettività che è composta, a sua volta, da molteplici individualità, ognuna portatrice della propria, personale ricchezza.
Il suo, quindi, si potrebbe definire un cinema «musicale», proprio per questa funzione di «collante» riconosciuta all’elemento musicale, capace di creare armonia da tanta eterogeneità …
In effetti, il nucleo centrale del mio cinema è l’incontro tra il perfetto e il sublime imperfetto. Per un tema così cruciale, la questione del ritmo diventa, ovviamente, fondamentale. Dal mio punto di vista, quindi, l’arte suprema, quella che più di tutte riesce ad incanalare l’energia dell’Universo, è proprio la musica. La musica, infatti, non è solo un’espressione artistica in sé ma è presente in tutte le altre manifestazioni dell’arte, dalla letteratura al teatro al cinema fino alla pittura: non esiste una forma d’arte in cui non ci sia la musica, dove non ci sia il ritmo. E in questo film, dove tratto ancora una volta dell’incontro di diverse identità, c’è anche un incontro di note musicali le quali, come gli esseri umani, possono essere in conflitto, inizialmente, per poi riuscire a ricomporlo in qualcosa di positivo che potrei definire «armonia suprema».
Qual è stata l’accoglienza del pubblico americano alla rappresentazione che lei ha fatto del popolo russo?
I fratelli Weinstein, che lo distribuiranno in America nei primi mesi di quest’anno, lo hanno adorato. Come nel classico stile USA, si dichiarano perdutamente innamorati di esso e fanno grandi discorsi circa la possibile partecipazione ai prossimi Oscar. Quando li sentiamo parlare in questo modo, a noi viene un po’ da ridere ma li lasciamo fare… [Sorride]
Francamente, però, non so che idea si siano fatti del modo in cui ho rappresentato i russi.
E per quanto riguarda, invece, le reazioni in altri paesi?
In Francia hanno adorato i personaggi russi. E sono stati particolarmente attratti dagli estremi dell’anima slava: il temperamento vulcanico di questo popolo li ha conquistati. Forse perché è proprio quello che a loro manca…
Ne Il concerto c’è uno sguardo tenero ma anche sarcastico nei confronti di quei russi reduci dall’Unione Sovietica, come l’ex ufficiale del KGB Ivan Gavrilov (interpretato da Valery Barinov) ancora legato alla purezza e alla bontà di quell’ideale. Cosa l’ha spinta verso questa scelta ironica nel rappresentare il rapporto tra il comunismo del passato e ciò che è diventato nel presente?
Molti membri della mia famiglia sono sopravvissuti alla Shoa e, per chi ha vissuto esperienze di fuga da una dittatura, o da una persecuzione feroce come nel caso dell’Olocausto, l’ironia è la chiave per affrontare le proprie paure, il panico vero e proprio che si prova nei confronti della tortura e della morte onnipresenti. Attraverso di essa, grazie al coraggio di ridere di se stessi e della propria sorte, si riesce a non diventare pazzi.
Il mio sguardo di oggi nei confronti di coloro che facevano parte di quei regimi è, però, anche uno sguardo tenero perché molti di essi, non tutti dal momento che barbari e imbecilli c’erano eccome, sono stati vittime a loro volta, compreso un personaggio come Gavrilov che ha comunque una sua forte componente umana. Le dittature, infatti, per quanto fredde ed implacabili possano sembrare, sono fatte anche di umanità.
Cosa le è rimasto, e che ricordo ha dell’esperienza con Marco Ferreri (di cui è stato assistente alla regia in I love you e Come sono buoni i bianchi e per il quale ha sceneggiato Il banchetto di Platone)?
Tutto! [Dice, ridendo, in italiano]
Molto, moltissimo. Ferreri mi ha insegnato ad avere uno sguardo visionario e l’importanza di andare sempre, attraverso esso, al di là delle apparenze. Trovo che sia una lezione essenziale per chi fa questo mestiere. Attraverso il suo esempio, ho imparato ad osare e a non aver paura di andare fino in fondo in quello che faccio. Essendo sfuggito ad una dittatura nella mia vita, mi sento un uomo libero e, di conseguenza, anche libero di portare sempre fino in fondo le mie convinzioni e l’espressione delle mie idee, anche se dovessi sbagliare nel farlo. L’insegnamento di Ferreri riguarda proprio quest’aspetto: il non aver mai paura di ciò che si è e di esprimerlo. E Marco lo faceva: come cineasta andava sempre ai limiti. Esprimeva sempre le sue idee, a volte anche con veemenza e violenza, per manifestare il suo odio profondo verso la stupidità.
È questo il suo insegnamento più prezioso.