“Sebbene io consideri Lourdes di Jessica Hausner il vero vincitore dell’ultima edizione del Festival di Venezia, portarlo nelle sale è una scommessa, a causa del momento di profonda crisi che caratterizza il cinema d’autore (come insegna il caso de L’uomo che verrà di Giorgio Diritti)”. Con queste parole, Luciano Sovena, Amministratore delegato di Cinecittà Luce, spiega la decisione di distribuire la pellicola della Hausner. “È importante – prosegue – che continuino ad uscire nelle sale italiane anche film come Lourdes, che fanno riflettere sollevando temi importanti. C’è bisogno anche di opere che facciano pensare e non solo di Avatar”.
E Lourdes, che si addentra in uno dei luoghi più significativi e simbolici per la religione cattolica con uno sguardo laico ma, al tempo stesso, caratterizzato da profondo rispetto ed eccezionale lucidità, di temi difficili e importanti ne affronta molti. Dal mistero che circonda le guarigioni miracolose al ruolo giocato dalla fede nella vita di persone affette da gravi handicap fisici fino al controverso scontro che, inevitabilmente, si scatena tra una fede nel trascendente e le passioni terrene che caratterizzano la natura umana.
La regista Jessica Hausner ha risposto alle domande poste dai giornalisti sulla sua opera e sul proprio rapporto con la spiritualità e la religione.
Come ha organizzato il casting per il film? Quelli che vediamo sullo schermo sono solo attori o sono presenti anche alcuni veri pellegrini?
Si tratta prevalentemente di attori professionisti. I pellegrini di Lourdes compaiono esclusivamente nella scena ambientata nella chiesa sotterranea, che abbiamo girato, per motivi logistici, come si farebbe in un documentario.
Nel suo film, la comunità di devoti, tradizionalmente concepiti come «i buoni», è percorsa, in alcuni momenti, da una crudeltà sotterranea e da invidie. Si potrebbe parlare, in questo caso, di una sorta di «banalità del male» oppure di «crudeltà dei buoni»?
Non parlerei espressamente del male. Lo considero un aspetto umano: non penso che queste persone avessero delle cattive intenzioni o fossero particolarmente crudeli. Ognuno di noi, infatti, può essere crudele in modi diversi: si può essere egoisti, o invidiosi. È un tipo di crudeltà che sperimentiamo quotidianamente e, personalmente, credo di poterla accettare.
Lourdes, ovviamente, presenta anche una riflessione sulla malattia, un tema solitamente respinto dalla società. Come ha affrontato questo tema?
In questo caso sia la malattia sia il miracolo sono intesi in senso metaforico. C’è, naturalmente, la malattia del corpo, con la protagonista affetta da sclerosi multipla e costretta su una sedia a rotelle ma volevo anche parlare di una sorta di malattia dell’anima, dei limiti che la vita stessa ci pone. E il miracolo, quindi, è connotato metaforicamente, come una liberazione dalle catene che la nostra vita c’impone e che ci impediscono di realizzarci pienamente.
Oggi è molto sentita l’esigenza del sacro che Lourdes mette in risalto. Pensa che con questo film qualcuno possa acquistare la fede?
Mi meraviglierei se accadesse. Nel mio film il miracolo è mostrato in tutta la sua ambivalenza: ci sono i malati che hanno la fede e la speranza di venir guariti e c’è, in effetti, il miracolo ma non sappiamo se sarà solo momentaneo o meno. C’è la salvezza ma non siamo affatto sicuri che durerà per sempre.
La guarigione è, per me, indifferente. Il mio film vuole proprio sottolineare che la salvezza è un qualcosa da relativizzare.
E, invece, dopo esser stata a Lourdes, lei sente di essersi avvicinata alla fede?
Veramente ho vissuto l’esperienza opposta: mentre prima, avvertivo la possibilità di giungere alla fede, ora, dopo aver fatto questo film ed esser stata a Lourdes, mi sono convinta che dio o si è addormentato o non esiste.
Come definirebbe, allora, il suo rapporto con la religione e l’idea di miracolo?
È difficile, per me, capire lo sguardo verso il futuro che la religione cattolica prevede: questa promessa di salvezza che prima o poi arriverà ma non si sa quando. È, ai miei occhi, come una sorta di «caramellina» che, però, rende complicato vivere il qui ed ora. È proprio per questo motivo che ho molte difficoltà ad essere credente.
Per quanto riguarda la mia idea di miracolo, io stessa mi sono chiesta e ho fatto ricerche su che cosa fosse questa «favola per adulti» del viaggio a Lourdes per essere guariti. Nonostante lì ci sia, effettivamente, un ufficio medico che analizza i miracoli e che ci siano state delle guarigioni che la medicina non è riuscita a spiegare, la mia intenzione era di rivolgere il mio sguardo oltre questi aspetti, evidenziando che questi miracoli non sono un segno della presenza o della bontà di dio ma un evento piuttosto casuale.
Ha provato a darsi una spiegazione dei miglioramenti fisici, delle guarigioni che si verificano in questi luoghi?
In realtà, ho scelto quest’argomento proprio perché non offre un’unica risposta. Non c’è una spiegazione univoca al miracolo: può essere una forma di auto-suggestione o esser legato ad una forza collettiva innescata dalle dinamiche di gruppo generate da luoghi come Lourdes o, anche, da certi ospedali. La stessa scienza medica si pone ancora molte domande su questi eventi.
Si dice che la fede può smuovere le montagne ma a me interessava esattamente l’opposto: la casualità della guarigione. La protagonista, Christine, non è esattamente una credente eppure è proprio lei a venir guarita ed è questo l’aspetto che m’interessava esplorare.
È possibile scorgere nel suo film un’ispirazione dalle opere di Luis Buñuel?
Assolutamente sì. Buñuel è da sempre una mia fonte d’ispirazione, fin da quando, da ragazza, vidi i suoi film, che fecero nascere in me il desiderio di diventare regista. Del suo stile ho sempre ammirato lo humour molto particolare e il modo di rappresentare i personaggi bigotti e i loro atteggiamenti.
È stato difficile avere i permessi dalle autorità religiose per effettuare le riprese a Lourdes? Hanno posto condizioni specifiche (magari di vedere il film)?
La fase di preparazione è stata particolarmente intensa per questo film. Ho preso parte ad alcuni viaggi con gruppi di pellegrini per indagare al meglio questa materia ed ero in contatto costante con l’ufficio stampa di Lourdes che, quindi, mi conosceva e aveva visto quanto erano state meticolose le mie ricerche. Gli unici problemi per la lavorazione, quindi, sono stati di natura logistica, soprattutto per le riprese all’interno del santuario, sempre affollato da milioni di pellegrini.
In realtà, io stessa sono rimasta meravigliata del fatto che non mi venisse imposto alcun controllo o forma di censura in merito ai contenuti del film.