Occhio all’orologio: quando scocca la doppia ora, tutto può succedere. Anche che i vostri sogni diventino realtà o, in alternativa, incubi feroci.
La suggestione arriva direttamente dall’opera prima di Giuseppe Capotondi, un noir smaccato e vibrante, che sa giocare con il cinema di genere, servendosi di una coppia di scena d’eccezione. Lei è l’ex Sconosciuta, ormai famosissima, Ksenia Rappoport, che per l’ottima interpretazione si è aggiudicata la Coppa Volpi 2009. Lui è l’ex Mussolini Filippo Timi, che non sbaglia mai un colpo e si conferma, con tanto di fresco Premio Pasinetti, un attore come dio comanda. Insieme, va detto, fanno faville. Anche mentre li intervistiamo.
Iniziamo parlando della sceneggiatura, fitta di colpi di scena, ambiguità, scene madri, picchi emotivi e un tocco onirico che non guasta…
Filippo Timi: Mi piacque sin dall’inizio, anzi, di più, ne fui davvero entusiasta. Mi stimolava l’idea di un uomo senza partner, abituato ad andare agli speed date per trovare solo sano sesso. Ecco cosa vuole da una donna e cosa vogliono da lui, e già questo inizio paritario mi piaceva. Del resto quando c’è un’esposizione fisica così forte, il cuore è tagliato via. Mi sembra interessante che un uomo sopra i 30 anni possa continuare a vivere una forte sessualità fino ai 60 e oltre, come ci insegna il mondo – ma io non ho detto niente, eh! (ogni riferimento politico è puramente casuale, ndR), eppure ad un tratto si innamora. E' un messaggio sano: meglio rovinarsi, correre il rischio di ciò che può accadere, piuttosto che stare con il corpo appagato e il cuore recluso. L’ambiguità del mio personaggio sta in questo combattimento interno, che la sceneggiatura descriveva al meglio.
Ksenia Rappoport: Per me è stato diverso. Quando ho iniziato a leggere la sceneggiatura mi sembrava la prima volta che mi dessero, finalmente, il ruolo di una buona, giovane e romantica. Andando avanti a leggere ho capito che era drammatica. Poi ho continuato e realizzato che era cattiva, eccome. Quando poi ho letto che non sarebbe stata neanche tanto viva, che dire, ne sono rimasta del tutto incantata. Girando il film mi domandavo ogni giorno: ma Sonia è come vuole essere o ha solo paura di essere? Alla fine ho smesso di chiedermi cosa stavo interpretando e mi sono affidata completamente a Giuseppe.
Chiediamo al regista, allora, come ha trovato la sceneggiatura, come ha giocato con il genere noir e cosa si aspetta da questa opera prima.
Giuseppe Capotondi: La sceneggiatura era di ferro, scritta con tutti i crismi, non ho trovato grandi difficoltà a girarla. E con i protagonisti è nata una gran bella amicizia. C’è stato da penare solo con Filippo, perché era sul set con Bellocchio, però sin dall’inizio avevo pensato a loro due: un privilegio poter lavorare con dei talenti così, con una chimica splendida fra loro. Per quanto riguarda gli stilemi di genere, li abbiamo usati per raccontare una storia più piccola, il percorso di due personaggi che non riescono ad agguantare la seconda occasione che gli viene offerta dalla vita. Il thriller e il noir ci sembravano cinema più divertente sia da vedere che da fare. E poi, a dirla tutta, ci siamo divertiti a cercare di seguire il genere, vedi la scena classica della vasca da bagno, il monitor, il seppellimento, è stato tutto voluto, ci piaceva usare questi stilemi in una storia che parlasse d’altro. Ovvio che ci sono film che lavorano dentro come suggestioni e citazioni, ma abbiamo provato ad essere originali. Cosa mi aspetto? Soldi. Scherzo, è un prodotto un po’ atipico, già arrivare a Venezia è stata una bella sorpresa.
Passiamo adesso ai personaggi: come li avete affrontati?
F.T.: Sia io che Ksenia veniamo dal teatro, quindi siamo abituati ad incarnare, dare corpo alle parole, agli strati di emozione. Abbiamo recitato molto per sottrazione, tentando di ridurre tutto ai minimi termini, con scene di sei battute al massimo, giusto un’essenza di drammaturgia. In questo film c’è un dialogo in cui i due protagonisti si dicono tutto senza dirselo, sentenziando la morte del loro amore. Dar corpo a una cosa del genere fa male, ti vengono in mente perduti amori che non torneranno più, un coinvolgimento fisico ed emotivo estremamente alto. Mi fa schifo la parola tecnica, non parlo di quello, è stato difficile provare a vibrare di quelle emozioni lì, però è stato bello. Certo, la protagonista si chiama Sonia come il mio primo amore, oggi sposata con mio cugino e madre di tre figli. La Rappaport in qualcosa la ricorda, quindi era tutto ancora più inquietante! Ksenia però è simpatica, bella, intensa, in poche parole da sposare, per questo all’inizio avevo un po’ di reverenzialità…
K. R.: Per provare alcune scene ricordo che utilizzavamo oggetti familiari e nella scena in cui lui regala un ciondolo a lei, Filippo mi ha donato un ciondolo vero! Del resto quella è la scena del non ritorno: bisogna avere un gran coraggio per proseguire il resto della propria vita con un senso di colpa insostenibile. Quando lei perde il coraggio, paga e perde l’amore. A me dispiaceva che il mio personaggio non riuscisse a cambiare, malgrado si sforzasse. Il punto è: cosa si può perdonare nella vita? E soprattutto, è possibile perdonare se stessi?
Ma dopo questi ruoli sempre così tormentati, una bella commedia no?
K. R.: Ora ne farò una divertente in Russia [Filippo la interrompe e urla: “Chiamami!”], intanto sono in tour con un Amleto che ho riscritto comico: ho ripreso a scrivere e siccome sono in dieta, questa cosa mi ha cambiato il carattere e il modo di scrivere. Per il resto, che dire, voglio diventare l’attrice-feticcio di Capotondi!
F. T.: Magari una commedia, il grande problema è la sceneggiatura, è difficile far ridere senza parlare di scoregge o tettone, che va anche bene, anzi io adoro il cinema demenziale tipo Scemo più scemo, L’aereo più pazzo del mondo e compagnia. E come attore io faccio ridere in qualsiasi cosa, quindi prima o poi arriverà un ruolo comico. Ogni film che ho fatto è sempre stato un regalo per me, mi ritengo ancora un provinciale che non è granché all’altezza. Insomma: ho pochi anni per diventare un sex symbol, devo sfruttare fino in fondo la mia intensità, poi farò anche ridere!