Interviste

La Prima Linea

Scamarcio e De Maria: le difficoltà di filmare gli Anni di piombo

[del 19/11/2009] [di Piercarlo Fabi]

Ho vissuto quel periodo come poteva viverlo un ragazzo del liceo che assisteva all’implosione del movimento, dovuta, bisogna ricordarlo, non soltanto alla repressione dello Stato ma anche alla nascita del terrorismo, che ha tolto ad esso ogni dimensione politica. Che senso aveva andare in assemblea quando nelle strade si stava combattendo una guerra?

Parole di Renato De Maria, regista de La prima linea, pellicola sulla controversa stagione degli Anni di piombo, vista con gli occhi di chi ne è uscito sconfitto: Sergio Segio e Susanna Ronconi, membri di spicco del gruppo armato Prima Linea.
Un film che ha generato polemiche ancor prima che fosse battuto il primo ciak. Destino condiviso dai lavori che cercano di gettare una luce su quel periodo così difficile da comprendere anche per i misteri e le ingiustizie impunite che, ancora oggi, lo caratterizzano.

Ora che La prima linea arriva, finalmente, nelle sale (dal 20 Novembre), la parola su tutti questi aspetti passerà al pubblico, sulle cui reazioni il regista si è soffermato all’inizio della nostra intervista.

Ritiene o si augura che il suo film riuscirà in qualche modo a spingere nuovamente il pubblico ad interessarsi a quel periodo, ancora così oscuro, nebuloso?

Renato De Maria: Sicuramente il nostro film darà uno stimolo forte agli spettatori per andare ad informarsi su cosa sia avvenuto in quegli anni. La nostra speranza è che l’insieme di immagini di repertorio che abbiamo utilizzato, unito al racconto, che è comunque presente, degli avvenimenti successi tra il 1976 e il 1982, svolga proprio tale funzione di stimolo. Se questa pellicola riuscisse davvero a far ciò, a far conoscere, cioè, un po’ della storia di questo paese, sarebbe meraviglioso.

Qual è stata la difficoltà maggiore, tralasciando le polemiche che hanno circondato il film, che ha incontrato nell’approccio a questa storia?

R.D.M.: Senza dubbio, riuscire ad intrecciare i vari piani narrativi è stato un lavoro particolarmente complesso. Da un lato avevamo il racconto «di genere», relativo alla giornata del 3 Gennaio 1982 e all’evasione; dall’altro c’erano le biografie dei due protagonisti e le loro vicende più intime, personali; la terza prospettiva, infine, era quella riguardante i fatti storici più importanti di quell’epoca. Incrociarli non è stato facile poiché temevamo che lo spettatore si perdesse all’interno di questa molteplicità di fili intrecciati.
Per questo motivo, la mia principale preoccupazione durante le riprese e nella fase di montaggio è stata di compattare il più possibile la narrazione, sviluppando un unico racconto che contenesse, amalgamandole, queste tre direzioni distinte.

Ci racconta l’incontro con Sergio Segio? Chi si aspettava d’incontrare e chi, invece, si è trovato davanti?

R.D.M.: Ho incontrato Sergio, la prima volta, molto prima della fase di documentazione per il film. Avendo, infatti, acquistato personalmente i diritti del suo libro, Miccia corta, andai all’associazione per il recupero dei tossicodipendenti dove lavorava, con Susanna Ronconi, per chiedergli se volesse concedermeli. In seguito passammo una giornata intera insieme con lui, e un’altra con Susanna, per intervistarli e ricostruire, così, le loro biografie, appena accennate nel libro.
Mi sono trovato di fronte un uomo che, probabilmente, ha dentro di sé dei mostri, frutto di “un passato che non passa” come dice lui stesso, con i quali deve fare i conti ogni giorno. Lui è consapevole di questo e l’ha accettato da uomo di grande coerenza qual è. Bisogna ricordare, a questo proposito, che Sergio era un pentito, nel senso che si è assunto tutte le responsabilità delle azioni compiute come membro di Prima Linea ma non ha coinvolto altri nelle sue deposizioni e non ha collaborato con le forze dell’ordine per arrestarli.

Venendo, inevitabilmente, alle polemiche che hanno circondato il suo film: che idea si è fatto circa i problemi che il cinema italiano ha nel raccontare quel periodo storico? Perché è così complicato analizzare quegli anni sul grande schermo?

R.D.M.: Premetto che sono stato il primo ad esser sorpreso di quello che si è scatenato intorno al film. Mi aspettavo delle difficoltà, ovviamente, ma non avrei mai pensato che si arrivasse a livelli così devastanti e costanti. Fin dall’inizio, per giunta, prima ancora che fosse finita la sceneggiatura.
Per quanto riguarda i motivi di questa difficoltà credo siano dovuti, innanzitutto, alla particolarità eccezionale di quel momento storico e a com’è stato trattato. Mi riferisco, in primo luogo, al fatto che le vittime di quegli anni siano state trascurate dallo Stato fino all’uscita, recente, del libro di Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, del 2007), che ha avuto il merito di aver nuovamente acceso le luci sulle loro storie, e all’istituzione, da parte del Capo dello Stato, della Giornata della Memoria per le vittime del terrorismo, due anni fa. Credo sia normale, quindi, che ora sfoghino la loro frustrazione e la loro rabbia per essere state dimenticate, ingiustamente, dallo Stato per così tanti anni.
In secondo luogo, credo che nella storia degli anni ’70 vi siano dei misteri ancora celati. A parte il discorso sui servizi segreti deviati, sulla «strategia della tensione» e sulle centinaia di persone uccise da attentati e da bombe che, ancora oggi, non hanno colpevoli, alcuni dubbi riguardano anche lo stesso terrorismo di sinistra. Su di esso sono stati scritti molti libri, sia dai terroristi stessi sia da giornalisti o giudici che hanno compiuto indagini su di loro, ma è ancora difficile farne un film per paura che il pubblico, soprattutto le generazioni più giovani, possa identificarsi con quei personaggi. Si tratta, però, di una paura preventiva e che non tiene conto della professionalità e dell’intelligenza delle persone che fanno cinema nel nostro paese.

Nel suo film, e forse è questo elemento ad aver infastidito Segio, non ci sono riferimenti espliciti ai servizi segreti deviati e alle trame sotterranee che hanno caratterizzato quell’epoca…

R.D.M.: Probabilmente meriterebbero un film a sé stante. Sono argomenti talmente grandi, talmente importanti che bisognerebbe dedicargli non uno ma più di un film, sviluppati con un’attenzione e una cura notevoli. Io non pretendo di aver racchiuso in un solo film tutta la storia degli anni ’70. Credo che, per poterci riuscire, ce ne vorrebbero almeno dieci!

Anche Riccardo Scamarcio, cui tocca il non facile compito di portare sullo schermo proprio Sergio Segio in un momento particolarmente complesso della sua esistenza, nel pieno dell’agonia, cioè, per l’aver compreso di essere stato sconfitto, riconosce la schiacciante complessità di quell’epoca.
L’attore, passato dal grande sogno di Michele Placido al «grande incubo», per così dire, di La prima linea, ha avuto il privilegio di ripercorrere, nel giro di pochi mesi, quell’intero arco storico nella sua drammaticità e proprio su questi elementi abbiamo colto l’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Anche a lei la stessa domanda rivolta a De Maria: che cosa le ha creato più difficoltà nel confrontarsi con una vicenda tanto dolorosa e con un personaggio così angosciato?

Riccardo Scamarcio: Lo sforzo maggiore è stato riuscire a tenere in pugno, sotto controllo la scelta che avevamo fatto riguardo al personaggio di Segio, caratterizzata da un’interpretazione «vitrea», quasi monotona, costante per quasi tutto il film, salvo un paio di momenti in cui è attraversato da una sorta d’impulso vitale. Per il resto della pellicola, invece, ha come un alone mortale intorno a sé e riuscire a mettere in scena quest’aspetto è stato davvero faticoso.

Quanto si è fatta sentire la «pesante» ombra di Segio, un personaggio sconfitto, perso, nel suo lavoro sul set?

R.S.: Credo sia sufficiente dire che io, generalmente, sono un attore che si diverte molto a fare questo mestiere. Uno di quelli che entra ed esce dai personaggi senza problemi, che li «butta via» immediatamente una volta terminata la lavorazione del film. In questo caso, però, il tipo di personaggio mi ha lasciato addosso un umore, uno stato d’animo che mi sono portato dietro per qualche tempo, dopo aver finito le riprese.

Lei non ha vissuto, ovviamente per motivi anagrafici, quel periodo ma che impressione si è fatta di esso, ricostruendolo per questa pellicola?

R.S.: Avevo girato, precedentemente, Il grande sogno di Placido sul ’68 e, poco dopo, mi sono ritrovato sul set di La prima linea. In qualche modo, quindi, ho ripercorso tutta quella stagione attraverso la documentazione che ho utilizzato per interpretare i due film.
Ritengo che quell’epoca sia piuttosto bizzarra. Basti pensare che il punto di partenza, il ’68 appunto, era caratterizzato da una forte spinta pacifista che, però, fu spezzata da una serie di avvenimenti di quegli anni, anche poco chiari e misteriosi, che portarono alla nascita di alcune frange di militanza armata.
In La prima linea abbiamo affrontato quel periodo anche da un punto di vista storico, ovviamente, ma ci siamo concentrati principalmente su un’ottica che si potrebbe definire «psicanalitica» e sociologica, focalizzata sui due protagonisti e la loro percezione del mondo in cui vivono. Un mondo, appunto, difficile e pieno di ombre.

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La Prima Linea film: La Prima Linea genere: Drama, Crime, Actiondata di uscita:20/11/2009paese:Italia, Francia, UK, Belgioproduzione:Lucky Red, Rai Cinema, Sky Cinemaregia:Renato De Mariasceneggiatura:Renato De Maria, Fidel Signorile, Sandro Petragliacast:Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiornofotografia:Gianfilippo Corticellimontaggio:Marco Spoletinicolonna sonora:Max Richterdistribuzione:Lucky Reddurata:100 min brain factor:

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Renato De Maria persona: Renato De Maria data di nascita:00/00/1958ruolo:Regista, Sceneggiatore

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