Camicia giallina a mezze maniche, pantaloni grigi, calzini rosa salmone e mocassini marroni ai piedi. Così Francis Ford Coppola si presenta al 27mo Torino Film Festival, dove viene non solo a presentare in anteprima nazionale il suo Segreti di Famiglia, ma anche a ritirare il Gran Premio Torino per la sua casa di produzione, l’American Zoetrope.
Si vocifera sia molto nervoso, in realtà appare di ottimo umore, lo zio Francis - zio proprio perché è una star della porta accanto, ti parla come fosse il tuo vicino, senza la spocchia di certe stelline nostrane e con la voglia di mettersi in gioco che hanno solo i più grandi artisti, sicuri di se stessi. Così sicuri da poter firmare (leggi: scrivere, dirigere e produrre - nient’altro?) film sui generis come Un’altra giovinezza o, appunto, Segreti di famiglia, in cui sfoga la sua arte cinefila come un fiume in piena (e ogni tanto, diciamolo, esagera pure), senza timore dei giudizi di critica e pubblico. La spavalderia di un autore che ha fatto la storia del cinema come pochi altri suoi colleghi.
“Venite avanti, che tutti questi RISERVATO non ci sono”, dice ai giornalisti presenti in conferenza, a metà della quale canticchia un “Dimmi quando tu verrai… dimmi quando quando…”. Questo è Coppola, un misto di ironia e riflessione consapevole sulla Hollywood di oggi e di ieri: “Anche Rusty il selvaggio era un film in bianco e nero, ma ora è sempre più difficile girarli così. Il cinema è un’arte che offre una tale varietà di generi, storie ed emozioni che è un peccato sia limitato dai capitali dell’industria cinematografica, che vogliono restringere sempre di più le libertà. Ora in USA non si possono neanche più fare storie drammatiche: o commedie volgari o commedie o film d’azione con supereroi. Non c’è alternativa”.
Di tutta risposta, lui se ne infischia di questa sorta di dittatura obbediente al dio denaro e gira un dramma e per di più in bianco e nero: “Trovo che il bianco e nero sia una bellissima forma fotografica, prima che cinematografica. Il cinema ci mette a disposizione tanti tesori, panoramico, tridimensionale ecc., ma questa mia storia era ricca di contenuti emotivi e volevo un realismo che avesse una sua poesia”. Realismo poetico, mai sentito parlare? Ebbene, Francis inaugura un suo genere con una propria forma: “Il realismo poetico in bianco e nero viene meglio, penso a Rocco e i suoi fratelli. Mentre i ricordi non potevano che essere a colori un po’ sbiaditi, con sequenze girate con camera a mano”.
Chi pensa che, visti magari gli anni, Coppola sia nemico del digitale si sbaglia di grosso: “Da anni sostengo che il cinema è digitale, elettronico, la pellicola non esisterà più, anche se mia figlia Sofia la usa sempre e si rifiuta di usare il digitale, forse per non voler lasciare andare i 100 anni di cinema che abbiamo alle spalle. Mentre io, che sono più vecchio, sono sereno nel dire che il futuro è questo e mi sta bene. La fotografia di Segreti di famiglia è in alta definizione e in digitale. Importante è sempre la qualità degli obiettivi e il direttore della fotografia: anche in versione elettronica si può fare un ottimo film. Il digitale è sempre cinema, solo c’è nuova tecnologia per farlo! Come dice Lucas, lunga vita al cinema, che sta cambiando forma”.
E se, invece che in sala, i film iniziassero a circolare via Internet? “Amo variare, sono aperto a qualunque possibilità, ma credo che la forma futura dei film sarà qualcosa che neanche immaginiamo, qualcosa di davvero interessante. Continueranno ad esserci sale probabilmente molto diverse da oggi. Il cinema è linguaggio e come tale è cambiato e sempre soggetto a ulteriori metamorfosi”.
Su una cosa non cederà mai: il doppiaggio. “Amo vedere le performance degli attori nella lingua originale, il doppiaggio è un crimine. Alcune industrie cinematografiche non vogliono distribuire film con sottotitoli, ma visto il successo di La tigre e il dragone, anche un film cinese con sottotitoli se lo sarebbe visto chiunque. Credo che il doppiaggio sia solo una proibizione dei nemici del cinema”.
E non potrebbe pensarla altrimenti, un cineasta come lui, sempre così attento alle sonorità dei suoi film: “Forse perché mio padre era un compositore, ho lavorato molto con lui, era molto fissato con la classica, le armonie, il contrappunto… Questa formazione all’epoca impediva contaminazioni con musiche più moderne, considerate meno profonde. Ecco perché per Segreti di famiglia ho scelto un giovane compositore sulla quarantina con formazione classica ma capace di sperimentare. E nel film troviamo due tipi di musica: folkloristica, non c’è il tango per scelta, ma comunque è argentina; e poi la musica sinfonica, che è quella che il padre dirige nei concerti. Quella che mio padre definiva “un concerto alla Gregory Peck”: quel tipo di musica classica artificiale inventata a scopo cinematografico per film che vedono il giovane squattrinato che si innamora di una fanciulla, ma non riesce a diventare famoso con le sue musiche, quindi lei deve sposare il ricco e c’è sempre la scena finale del concerto di lui finalmente famoso e lei che piange accanto al marito che non ama”.
C’è chi ha parlato del polo San Francisco, con lui, Lucas e Lasseter, come polo della anti-hollywood dove si sperimenta il cinema. Francis è d’accordo: “La Zoetrope ha contribuito molto nell’ambito del sonoro, molto amico del cinema quando si hanno pochi soldi. Quando con Lucas l’abbiamo fondata il contributo principale che ha dato questa casa di produzione era proprio il “dolby.5”, tant’è che hanno parlato di un “sonoro alla san Francisco” e di sound designer”.
E’ loquace e pronto a rispondere a tutte le domande, ma guai a chiedergli del suo prossimo progetto (“Perché mai dovrei rivelarlo proprio ora?”) o dei suoi film preferiti (“In questi 100 anni i film che ci hanno segnato sono innumerevoli, per citarne i cinque migliori, dovrei restringere il campo quelli girati a Berlino fra il ’20 e il ’27!").
In chiusura si dichiara “profondamente italiano: tutti i miei nonni lo erano, tre di Napoli, uno dalla basilicata” e per questo si ritiene un convinto sostenitore degli immigrati: “Se l’America è un grosso paese, lo deve al 100% di immigrati di cui è composta, che hanno espresso il loro talento in tutti i modi possibili”.
Parola di Coppola, Francis Ford Coppola: una filosofia del cinema “che non potete rrrifiutare”.