Interviste

Capitalism: A Love Story

Michael Moore: non fate come noi americani!

[del 06/09/2009] [di Maurizio Ermisino]
“Volere l’America” è un’espressione che abbiamo sempre connotato con la voglia di raggiungere l’impossibile, il non plus ultra. Ma da qualche tempo ci siamo accorti che l’America non è poi questa terra incantata. “L’avvertimento che posso darvi è che più cercherete di comportarvi come noi in America, più difficoltà avrete”. Sono parole di Michael Moore, che oggi ha scosso Venezia con Capitalism: A Love Story, il suo ultimo documentario, presentato in concorso, che parla di economia e di crisi. Una storia d’amore drammatica. “È un film che riguarda anche voi. Anche in Europa avete vissuto l’esperienza del crollo delle borse” racconta Moore. “In Italia avete questo folle leader conservatore, non dovrei dirlo visto che sono ospite qui. Ma ecco Berlusconi!” scherza facendo finta che il leader politico stia per entrare in sala stampa. Solo un quarto d’ora di incontro stampa, causa l’arrivo in ritardo, ma non conta che Moore parli poco. Il suo film parla per lui, svelando retroscena inediti su come le banche abbiano perpetrato una truffa nei confronti di milioni di cittadini americani, e mostrando le immagini sconvolgenti delle persone costrette ad abbandonare la propria casa. Il suo film ha commosso e convinto: è suo l’applauso più lungo e caloroso tra quelli tributati nelle proiezioni stampa. E l’Italia ha dimostrato di amare questo Robin Hood sovrappeso in cappellino da baseball.
Tra i retroscena del film c’è un rapporto della Citybank che definisce il sistema americano non una democrazia, ma una plutocrazia, visto che la ricchezza è in mano all’un per cento della popolazione. “Una cosa positiva del Sogno Americano è che crediamo fermamente nella democrazia e nella giustizia” racconta Moore. “È difficile definire democrazia un sistema quando l’economia ha un controllo su tutto, sulla vita della gente. Ogni quattro anni possiamo andare a votare. Ma quando andiamo a lavorare timbriamo il nostro cartellino per rinunciare ai nostri diritti. La democrazia non dovrebbe essere solo andare a votare. Mi piacciono i ‘buoni’, quelle persone che oggi in America stanno lottando per ribellarsi a chi ha posto davanti alle loro vite il profitto”. E a volte la ribellione ha successo. In Capitalism: A Love Story vediamo delle persone che occupano la casa da cui sono stati sfrattati, riuscendo a rimanerci. E anche delle cooperative dove tutti i lavoratori decidono in democrazia, e il direttore percepisce lo stesso salario degli operai. Sono alcuni dei fatti positivi, dei segnali di cambiamento che avvengono, suggerisce Moore, nell’era Obama.
Sembra che quelle di Moore, e di tanti americani, non siano solo battaglie donchisciottesche contro i mulini a vento. Dopo Fahrenheit 9/11 Bush è stato rieletto, ma l’era dei conservatori è finita e le truppe saranno ritirate dall’Iraq. “A Cannes nel 2004, quando presentai Fahrenheit 9/11 rappresentavo una minoranza negli Stati Uniti che era contro Bush e la guerra all’Iraq”. Spiega il cineasta. “Cinque anni dopo la maggioranza degli americani è della mia stessa opinione. Le cose cambiano”. E la prossima sfida di Obama sarà ancora legata a un tema caro a Moore, quella riforma sanitaria invocata con Sicko. “Le forze dell’industria sanitaria stanno facendo tutto il possibile per non permettere a Obama di fare la riforma sanitaria” ci racconta l’autore. “Una riforma che la gente vuole, e per la quale Obama è stato eletto. È il settantacinque per cento degli americani a volerlo. Sono loro che andrebbero ascoltati, e non l’altro venticinque per cento”.
Moore crede che Obama ce la possa fare. “Penso che tutto sia possibile” afferma. “Se tre o quattro anni fa mi avessero chiesto se era possibile che un afroamericano potesse essere eletto Presidente degli Stati Uniti avrei detto che non sarebbe stato possibile. Quanti pensavano che il Muro di Berlino sarebbe caduto? E quanti che Mandela sarebbe stato liberato? Tutto può accadere se le persone si ribellano e combattono pacificamente per quello in cui credono. In America la rivoluzione è già avvenuta in novembre, ma perché avvenga il cambiamento tutti devono partecipare. La democrazia non è uno sport a cui assistere seduti in poltrona, è qualcosa di partecipativo”.
Qualcuno chiede al nostro eroe perché non entri in politica. “Datemi il distretto di Rhode Island!” scherza l’istrione americano. “No, non è nei miei piani presentarmi alle elezioni” precisa. “A diciotto anni ho già ricoperto un incarico, ero in un consiglio cittadino per l’istruzione. Faccio politica da cittadino, la politica si fa anche così”.
C’è anche chi gli chiede se abbia avuto degli ostacoli nel girare questo film. “Nessun ostacolo” precisa Moore. “Quando abbiamo iniziato a fare questo film ho detto ai miei collaboratori: ‘immaginiamo che sarà l’ultimo film che ci faranno fare. Quindi non temiamo niente e non ci tiriamo indietro su niente’. La mia preoccupazione è fare un film divertente, interessante, e che faccia lasciare la sala commossi. Se il mio film può essere un’esperienza catartica, se può insegnare qualcosa, ben venga. Ci sono poche persone di sinistra in America che hanno una simile audience: quindi sono privilegiato”. L’obiettivo è riuscito. Capitalism: A Love Story commuove, ci apre gli occhi. E ci fa anche sperare. Forse è vero. Per citare Bob Dylan, The Times They Are A-Changin'.”

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Capitalism: A Love Story film: Capitalism: A Love Story genere: Documentarydata di uscita:30/10/2009paese:USAproduzione:Dog Eat Dog Films, Overture Films, Paramount Vantageregia:Michael Mooresceneggiatura:Michael Moorecast:Michael Moorefotografia:Daniel Marracino, Jayme Roymontaggio:Jessica Brunetto, Alex Meillier, Tanya Meillier, Conor O'Neill, Pablo Proenza, Todd Woody Richman, John W. Waltercolonna sonora:Jeff Gibbsdistribuzione:Mikadodurata:120 min

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66 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica evento: 66 Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica data di inizio:01/09/2009data di fine:12/09/2009organizzazione:Marco Müller, Luigi Cuciniello

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