Nel giorno in cui a Venezia viene presentato quello che finora è forse il miglior film della Mostra,
Capitalism: A Love Story, arriva anche quello che forse è il più brutto.
White Material, della francese
Claire Denis, è ambientato in un paese africano falcidiato dalla guerra civile. È il Camerun, ma nel film non viene mai precisato. Già questo è un elemento di forte rottura con quasi tutti i film ambientati in Africa degli ultimi anni (
L’ultimo Re di Scozia,
Hotel Rwanda): non abbiamo l’idea di essere legati a un preciso luogo e un preciso momento storico. Il risultato è che assistiamo a qualcosa di universale, una sorta di racconto morale sul colonialismo, e il rapporto tra i bianchi e i neri.
Il film inizia in medias res: la rivolta è già scoppiata da tempo, e l’esercito sta per riprendere il controllo. Il Boxeur, il capo dei rivoltosi è stato ferito. Per le strade ci sono dei bambini soldato. Maria, proprietaria terriera, è tenacemente attaccata alla sua terra, e non se ne vuole andare, mentre gli altri europei sono già scappati. Anzi, cerca di salvare il raccolto della piantagione di caffè. E forse anche la sua famiglia, che sembra già piuttosto divisa.
Sarebbe interessante l’idea di
White Material, tratto da un romanzo di
Doris Lessing. Perché opera come una sorta di contrappasso. La storia è vista con gli occhi di Maria, e vede i bianchi in minoranza, disprezzati, vessati. Sono loro il “materiale bianco” del titolo, un termine dispregiativo che usano gli africani per definirli. “Cane giallo” viene chiamato il figlio di Maria. Una nemesi storica, un atto di rivolta del sud verso il nord del mondo.
Ma il tema non è messo in scena nel modo migliore: non c’è coesione né progressione narrativa, e il film procede per impressioni, atteggiamenti, piccoli gesti, senza farsi mai racconto, senza mai diventare drammatico. In pratica, non succede quasi niente. I personaggi non sono mai approfonditi a livello psicologico, ma rimangono abbozzati.
White Material è un film freddo, distante. Il punto di vista della regia potrebbe essere quello dello studioso, dell’entomologo che analizza in modo distaccato il comportamento dell’essere umano in difficoltà, per carpirne le reazioni di fronte al pericolo. Ma la lente dello scienziato è tutt’altro che nitida. È piuttosto sfocata.