È un quadratino piccolo piccolo, la televisione, un picture in picture rispetto allo schermo più grande, quello del cinema, dove viene proiettatoL’Aquila bella me. Visto al Festival di Roma, sezione L’altro cinema/Extra, il film di Pietro Pelliccione e Mauro Rubeo (prodotto da Daniele Vicari e Valerio Mastandrea) è un racconto del terremoto che il 6 aprile scorso ha sconvolto la vita degli aquilani, visto dal di dentro, da due ragazzi del luogo. E con quei modi e quei tempi che la velocità e i toni dell’informazione televisiva non permettono.
È per questo che quella tv, quelle immagini che in quei giorni vedevamo ovunque, relegata in un angolo dell’immagine cinematografica, diventa un simbolo: vediamo le immagini televisive attraverso le televisioni poste nelle tendopoli approntate nel capoluogo abruzzese. È una nemesi, un ribaltamento di quello che è avvenuto per settimane all’indomani del sisma: quella tv che mostrava i terremotati, ora è vista da loro, e giudicata. Così sentiamo i loro pareri, e le loro verità rispetto a quello che veniva mostrato in tv. Un esempio lo abbiamo nelle immagini dell’8 aprile, due giorni dopo il sisma: “la tv dice che gli sfollati sono tutti nelle tende, mentre la gente è ancora nelle macchine” sentiamo dire. Ma il giudizio della gente non va solo su “cosa” dice la tv, ma sul “come” lo dice. Gli aquilani criticano “la mercificazione del dolore, i primi piani dei parenti al funerale”. E poi c’è quella che in tv non si vede, quello che non dice. “Hanno pulito solo un lato della piazza perché è dove ha fatto le riprese la Rai”. E ancora, le ditte farmaceutiche che hanno mandato dei farmaci con scadenza maggio 2009. O le ferrovie dello stato che hanno mandato cuccette infestate.
L’aquila bella me è un film necessario, un work in progress (è solo la prima parte di un progetto che continua, e forse avrà il suo sbocco in una serie di dvd), un’opera ancora per la sua natura grezza e incompiuta, ma dal grande impatto e dal grande valore. Perché va dietro a quell’immagine di una città virtuale che sta venendo ricostruita in fretta che hanno creato i media e la politica. Si vedono i topi che hanno invaso la città abbandonata, uccisi dal veleno della disinfestazione. Si vede il lavoro della protezione civile, con la camera fissa che li riprende mentre spostano un confessionale dalla Basilica di Collemaggio: è un modo, come ci ha detto il produttore Daniele Vicari, per “vedere la loro fatica, il sudore, è qualcosa che lo de-eroicizza, lo materializza”.
C’è anche l’effetto di una scossa, per le vie del centro, ripresa dalla macchina da presa di Pelliccione e Rubeo. A commentare le immagini c’è il “funeral blues” dei Vega’s, fatto di bassi pulsanti e dolenti arpeggi elettrici di chitarra. Un gruppo rock aquilano che racconta per suoni le sensazioni di quei giorni. C’è anche Daniele Silvestri, portato da Mastandrea tra le tende per un concerto improvvisato. Tra i tanti artisti venuti a portare conforto c’è anche Alessandro Baricco, che in un dialogo con i bambini pone una domanda importante: dopo il terremoto la gente è più buona o più cattiva. C’è chi risponde una cosa e chi l’altra. Un esempio di come tante cose non sono chiare, come tante, troppe cose, nel futuro dell’Aquila. Mentre c’è chi sogna la cosa più semplice, quella di andare a prendere un gelato in centro, un centro ancora chiuso e senza nessuna assicurazione di ricostruzione, mentre assistiamo a questo film possiamo solo commuoverci, indignarci, e sperare. E aspettare la prossima puntata di questo reportage a suo modo unico. Perché di cose da raccontare, cose che non vediamo, ce ne sono ancora tante.
Il terremoto visto dall’interno, non dai media ufficiali ma da due cineasti aquilani. Reportage importante e necessario, a ritmo di rock
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