A fare la sinossi si prova l’imbarazzo del déjà vu, anche se si dichiara che il film si ispira a fatti realmente accaduti nel 1992 nei Balcani, perché spesso è la vita a imitare l’arte: gruppetto di poco simpatici amici, a vario titolo legati fra loro, si reca in una località non precisata per giocare alla guerra, in una partita di soft-air in mezzo ai boschi selvaggi. Si imbattono in un ben diverso gruppetto di amici, ex miliziani, sadici mostri cui la fine delle ostilità ha portato via quello che anche per loro era il gioco più bello: la guerra, ma quella vera.
Tatanka, bisonte (in Lakhota Sioux): così viene ribattezzato Michele, ragazzo con amicizie pericolose in un’imprecisata periferia meridionale, un po’ Castelvolturno, un po’ Marcianise, un po’ Casal di Principe, dove avere relazioni sociali pulite, evitando ogni contiguità col malaffare, è una pura utopia. Che vale in particolar modo se sei giovane e hai voglia solo di divertirti. Cosa c’è di meglio allora che essere dei bulli, che si prendono senza faticare quello che gli comoda, che fanno la bella vita senza lavorare? Almeno così sembra, perché prima o poi un prezzo da pagare salta fuori. Per Michele si concretizza in otto anni di galera, fatti per salvare l’amico Rosario che, alla sua uscita dalla prigione, decide di prendersi cura di lui. Prima di finire dentro Michele stava per iniziare una pulita carriera da pugile, sport per il quale è naturalmente portato, grazie all’interessamento di un allenatore pulito. E così ricomincia, ma in un circuito sporco, pieno di intrallazzi, osannato per sua potenza ma digiuno di vera tecnica, un atleta mancato, sprecato. Da vero “bisonte” non accetta i patti con i boss fino in fondo e si rimette nei guai, fugge all’estero e finisce nei circuiti clandestini a Berlino. Là incontra per la seconda volta una figura paterna, incarnata ancora una volta in un allenatore decaduto. Ci sarà luce in fondo al tunnel, come quella piena di promesse che risplende in lontananza, verso lo splendore del ring?
La moltiplicazione d’immagini e testimonianze e, in generale, d’informazioni sul mondo che ci circonda, resa possibile dai nuovi media, ha davvero moltiplicato esponenzialmente anche le nostre possibilità di giungere alla verità dei fatti, alla loro reale natura? O forse, non ha reso le telecamere oggi alla portata di tutti uno strumento pericoloso, quasi un’arma vera e propria, per chi volesse imporre la propria visione di determinati avvenimenti?
Proprio per questa iper-attività, e per l’evidente talento messo in mostra in queste interessanti opere, il Festival di Berlino (che si svolgerà dal 11 al 21 Febbraio 2010) ha deciso di selezionarlo come shooting star di quest’anno, in rappresentanza del cinema italiano.
Un onore toccato in passato ad attori straordinari come Elio Germano e Alba Rohrwacher.
Tra queste importanti pellicole, ce n’è un’altra, più piccola ma non per questo meno lodevole: si tratta di Dieci inverni, opera prima di Valerio Mieli, nella quale Riondino interpreta Silvestro, un diciottenne universitario fuori sede che, in una Venezia pallida e malinconica, conosce Camilla (Isabella Ragonese), intrecciando con lei un’articolata storia d’amore, d’amicizia e di tutto quello che c’è nel mezzo.
Così risponde, senza esitazioni o diplomatici peli sulla lingua, Isabella Ragonese a chi azzarda per Dieci inverni, l’ultimo film che la vede protagonista, la definizione di pellicola «anti-Moccia», in contrasto con il filone giovanilistico tanto in voga in Italia negli ultimi anni.
Una determinazione che, non a caso, fece guadagnare alla giovane attrice il ruolo principale in Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, nel quale interpretava una caparbia laureata in Filosofia costretta a confrontarsi con la drammatica, e al tempo stesso ridicola, esperienza del lavoro in un call center.
In Dieci inverni, opera prima di Valerio Mieli, realizzata in base ad un importante accordo tra Rai Cinema e il Centro Sperimentale di cinematografia, l’attrice interpreta Camilla, ragazza schiva, portata a valutare pro e contro di ogni sua mossa e, soprattutto, sentimento prima di agire e di viverlo. Sulla sua strada, appena arrivata a Venezia, troverà Silvestro (interpretato da Michele Riondino), spavaldo e immaturo coetaneo, con il quale vivrà una non-storia d’amore lunga dieci stagioni invernali, tra attrazioni inconfessate, tradimenti, amicizia sincera e gelosie soffocate.
La Svezia, si sa, è tanto bella quanto solitaria e malinconica, sfondo perfetto per un dramma di sentimenti coltivati in silenzio e nella stasi di una monotona vita quotidiana. La sceneggiatrice Anne Novion, passata con Il viaggio di Jeanne dietro la macchina da presa, usa il paesaggio in modo perfetto come palcoscenico per il percorso di quattro personaggi dall'incomunicabilità alla maturità e all'apertura al mondo.
- Recensione
- Festival Internazionale del Cinema di Roma 2009
- F.A.M.E. Film & Music Entertainment AG
- Big Wave Productions Ltd.
- Allegro Film
- Tradewind Pictures
- Austrian Broadcasting Corporation (ORF)
- Austrian Film Institute
- Film and Music Entertainment
- Filmstiftung North Rhine Westphalia
- Sola Media
- Österreichischer Rundfunk (ORF)
- Nick Stringer
- Miranda Richardson
- Hannelore Elsner
- Bolero
- 2009
- Documentario
L'amore non è bello se non è litigarello. Formula abusata ma quanto mai pertinente per questo Dieci Inverni, esordio alla regia del giovane Valerio Mieli, fresco di "promozione" al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. I due protagonisti, Camilla e Silvestro, ci mettono infatti la bellezza di due lustri, calcolati in base al ciclo dei gelidi inverni che si susseguono uno dopo l'altro, per capire che si amano davvero, tra litigate, tradimenti, dispetti e quant'altro ci si può aspettare dai due opposti che alla fine inevitabilmente si attraggono.
Sono cominciate da qualche settimna a Venezia le riprese di Dieci inverni, commedia sentimentale diretta da Valerio Mieli, con protagonisti Isabella ragonese (Nuovomondo, Tutta la vita davanti) e Michele Riondino, la giovane rivelazione di Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari (che gli ha fatto vincere anche un premio importante al Festival Internazionale del film di Roma). Accanto a loro vedremo Glen Blackall e i due attori russi Liuba Zaizeva e Sergei Zhiguonov.


