L'imprevedibile spettacolo della vita
Come fai a sapere che nell'oltre tomba non c'è il sole? In luoghi assurdi e fantastici, così come in esseri viventi inaspettati, spesso si trovano cose insperate, e significati capovolti. Cameron Crowe con La mia vita è uno zoo racconta il coraggio di assumersi rischi incredibili, per riuscire a vivere a fondo l'avventura dell'esistenza. E sceglie di farlo rovesciando e shakerando il dramma nella commedia, il sole nella morte, l'uomo nell'animale.
Vita, morte e miracoli in una mattina newyorkese
Se il sole dovesse esplodere, non ci accorgeremmo di nulla per 8 minuti, perché tanto serve alla luce per viaggiare fino a noi. 8 minuti di sospensione, dove il tempo non si muove tra passato, presente e futuro. Non ci sono azioni consequenziali, ma solo piani paralleli, tra vita e distruzione. Corrispondenze che sfrecciano l'una accanto all'altra fino a incrociarsi. Molto forte, incredibilmente vicino è il nuovo adattamento cinematografico del regista Stephen Daldry, che predilige animare visivamente romanzi best seller, come ha fatto per The Hours e The Reader. Il film è tratto dal libro di Jonathan Safran Foer, che racconta il viaggio interiore, e fra i distretti di New York, di un bambino che ha perso il padre nel crollo delle torri l'11 Settembre.
La prua di una nave appare tra la nebbia. Ormeggiata tra schizzi di acqua lercia e pietra umida, sporca di calce. E' in partenza. Il fetore di urina dai bordi delle strade, un bambino sale sulla nave, e forse ha appena finito di mangiare un pasticcio di carne da cui schizzavano fuori scarafaggi. L'inizio di Dark Shadows saluta l'Inghilterra e si sposta sulla costa americana del Maine, a Collinsport. Banchine, pesce azzurro e sole. La luce è squamosa e vasta. Una cima erbosa di precipizio dove si infrangono onde, domina il paesino di pescatori, e accanto ad un albero solitario e burtoniano, la famiglia Collins, appena emigrata, osserva il nuovo mondo. Un amore disperato e pieno di rabbia dilaga nella incredibile hatfield house di fine '700, dark, pop, soap e strabordante di zucche bio. L'amore di una serva, seduttrice e quasi quasi illusa, per il signorino di casa, ormai cresciuto, Barnabas Collins. Il giovane sceglierà Josette, archetipo d'amore celestiale, pre-ectoplasmatico.
Nella primavera del 414 a.C., nel teatro di Dioniso, ad Atene, veniva rappresentata la commedia Gli uccelli di Aristofane: due uomini, stufi dei grattacapi della loro città e delle abitudini dei concittadini, decidono di creare, insieme ad una stirpe di uccelli, una città sospesa nel cielo, l'isola di Nubicuculia. La posizione risulta da subito strategica, a metà tra gli uomini e gli dei. Ogni collegamento fra i due poli è intercettato. Potere e controllo così non hanno limiti. Interrotto il legame uomo/divino, l'isola inizia la sottomissione del regno umano e di quello degli dei, sulla scia della grande Babilonia. Anche Jonathan Swift nei suoi Viaggi di Gulliver racconta di un'isola sospesa e in movimento. E' Laputa. Il senso del nome è incerto: forse significa "colui che governa dall'alto", ma sembra più probabile, e poetico, che sia "la scia del riflesso dei raggi del sole che sfiorano il mare, quasi come un'ala". E dopo il teatro, e la letteratura, è Hayao Miyazaki a regalare la magica visione di Laputa, con il suo Il Castello nel cielo. Prima opera che esce dall'incredibile Studio Ghibli, tra l'85 e l'86, appena fondato. Ci sono voluti 26 anni prima di vederlo nei cinema italiani. Un'isola sospesa, meravigliosa ed enigmatica.
Il contenuto è più importante della forma? To Rome with love è un goloso involucro che racchiude la rappresentazione satirica di quell'articolato progetto di costruzione della nostra società, in mezzo al quale si è ritrovato a mettere le mani persino Dio. Un involucro aggrovigliato, certo, ma potevamo pensare fosse cosa semplice?


