La congiura della pietra nera – Reign of Assassins: Recensione
Di Giuliana Molteni | 03 Agosto 2012
Once upon a time...
Zeng Jing è una giovane donna in fuga dalla setta di assassini di cui ha fatto parte per tutta la vita. Dopo aver rubato parte degli ambiti resti di un monaco combattente, che assicurerebbero poteri straordinari, sconvolta dalla morte del maestro che amava, decide di cambiare vita. Si rifà una nuova identità, sottoponendosi a un intervento che le modifica i lineamenti, e si trasferisce in un paesino come commerciante di stoffe. Mentre vive sotto mentite soglie, incontra il timido e gentile Jiang, un umile corriere, che inizia a corteggiarla timidamente. Vinta dal suo amore, lo sposa. Ma la sua banda la sta cercando per tutto il paese e inesorabilmente le loro strade si intrecciano. Intanto però qualcun altro sembra essere sulle tracce dei resti del monaco e comincia a uccidere.
Zeng Jing così viene costretta a una forzosa alleanza con i suoi ex compagni, mentre cerca di proteggere il marito, ignaro che sotto le vesti dell'elegante sposa si nasconda una combattente eccezionale, un'assassina che si è macchiata le mani del sangue di infinite vittime. Classico esempio di wuxiapian, Reign of Assassins è scritto e diretto da Chao-Bin Su, taiwanese già regista dell'originale Silk, ma nel lancio si sottolinea la presenza al suo fianco di John Woo, nome di ben altro appeal per il pubblico occidentale. Ma è un errore perché dello stile barocco e ipertrofico del grande autore qui poco si ritrova (sembra che Woo si sia occupato solo parzialmente del montaggio). Il film naviga per troppo tempo nelle acque di una narrazione scarsamente avvincente, che, come da manuale di genere, alterna commedia e dramma, epica e combattimenti (con i soliti cavi) e siparietti romantico-comici, perché queste sono le regole del genere, molto gradito in Cina. Bandito ai tempi di Mao, era stato tenuto in vita dal cinema di Hong Kong negli anni '60/70, anni gloriosi cui questo film, nella sua classicità, vuole rendere omaggio. Per noi occidentali vanno bene le tinte più forti, i toni più melodrammatici (mai abbiamo gradito i siparietti comici) e soprattutto una maggiore compattezza nella narrazione. Reign (troppo lungo, quasi due ore) prende slancio solo verso la metà, quando si delineano le meccaniche fra i protagonisti principali, mentre vengono svelate le vere identità di ciascuno (è questo il tema portante della storia). Quando cioè, tardivamente, i personaggi smettono di essere stereotipi e ricevono un minimo di approfondimento, nel loro letale intreccio di amore e morte, fra tradimenti, passioni, segreti inconfessabili e, per tutti, espiazione delle proprie colpe. La sempre elegante e atletica Michelle Yeoh (La tigre e il dragone, Lady) è la protagonista. Il suo amato è il coreano Jeong Woo-sung (The Good The Bad The Weird), mentre si fa notare l'ottimo Wang Xueqi nella parte del malvagio capo della setta, che nasconde il segreto più pesante. Carismatico Shwan Yue, che uccide lanciando letali spilloni, suggestivo il Mago di Leon Dai e infida la bella taiwanese Barbie Hsu, donna in cerca di rivalsa su un mondo di uomini.
Giudizio
- poco appassionante
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