Tony Manero: Un finto John Travolta da un insolito destino

Di   |   19 Gennaio 2009

Ha vinto il Torino Film Fest, è ambientato nel Cile della dittatura di Pinochet, mette insieme l’icona del decadimento degli anni ’70 e della politica brutta, sporca e cattiva.

Un capolavoro direbbero in molti, spesso basta questo mix furbetto per fare cinema d’Autore. E Pablo Larrain, il regista, non è neanche uno sprovveduto, sa muovere la macchina da presa e i fili della sceneggiatura per ricattare lo spettatore il giusto, colpirlo al cuore e anche allo stomaco (vedi la scena della defecazione su abito di scena), piazzarci sottotesti così evidenti da non essere neanche metafora.

Siamo nel 1978 e Raul Peralta (Alfredo Castro, anche cosceneggiatore), è ossessionato da un film e da un’icona: La febbre del sabato sera e Tony Manero, il working class hero per eccellenza (pochi lo ricordano, ma lì Travolta era commesso di vernici a Brooklyn). Una specie di talent show cileno offre l’occasione a chi vuole di diventare il Manero cileno: basta saper calzare la divisa (completo bianco, camicia nera), ballare i suoi passi e crederci. E Raul ci crede pure troppo, è pronto a tutto per arrivare a quel trofeo senza importanza, ma fondamentale per un disperato come lui. I suoi compagni di ballo, oppositori clandestini al regime, vengono perseguitati dalla polizia politica, lui solo dall’ansia frustrata di una stupida vittoria.

La splendida faccia da cinema di Castro (più Al Pacino che Travolta, a dire il vero) è la cosa migliore del film, e porta su di sé la distruzione di una generazione e di un paese, tra sciacallaggi e menefreghismi, vittima e carnefice di sé e di un sistema. Uno spunto bellissimo il raccontare il dramma cileno, la sua perdita d’identità politica e sociale e l’ossessione per quel periodo atroce, ma tutto sembra costruito ad arte, troppo.

Il classico film da festival, troppo attento ai critici e poco agli spettatori. E questo, scusate la semplicità, è un errore, mai un merito.

Giudizio

  • Sentirete i Bee Gees. Segno che almeno un merito questo film ce l'ha
  • 4/10