Alien: Covenant : Recensione

Di   |   13 Maggio 2017
Alien: Covenant : Recensione

 Gli androidi fanno sogni orribili

La solita gigantesca astronave veleggia solenne nello spazio profondo, carica di un paio di migliaia di umani immersi in un sonno criogenico insieme a migliaia di embrioni, in volo verso un nuovo pianeta (non avessimo ancora capito che sarebbe meglio restare qui, trattando bene il nostro piccolo habitat, perché si è visto che ad andare in giro per il vasto universo non si sa mai cosa si può trovare).


Unico vigile è l’androide Walter, modello enhanced dell’antico prototipo David, quello che voleva essere Peter O’Toole, creato a propria immagine e somiglianza dal “padre”, il miliardario Weyland, come ci viene ricordato nel rarefatto incipit (ma può un mortale morente creare una creatura immortale?). Un incidente provoca danni, l’equipaggio si risveglia anzitempo e, come Ulisse con le sirene, si lascia attirare da un segnale musicale che arriva da non molto lontano. Atterra su un pianeta che sembra un luogo paradisiaco, che lo spettatore riconosce. Presto però i membri sopravvissuti scopriranno a loro spese, come in ogni fanta/horror che si rispetti, che non è proprio così. Non possiamo dire molto, per non rovinare le sorprese auspicate dalla narrazione (e qualche volta per i film molto attesi non si dovrebbero nemmeno guardare i trailer). Il film, nuovamente diretto da Ridley Scott, riprende scenografie e figure del progetto visivo iniziale di Giger, il mitico inventore di creature e architetture inquietanti, morbose variazioni sul tema dell’orrore che dal buio ci assedia, per condurre la storia (e lo spettatore nostalgico) a riallacciarsi, nell’arco di tre (forse) film, all’inizio dalla saga del 1979 e comprendere chi ha creato chi e perché. L’equipaggio, il solito campionario di umanità onde consentire scontri e battibecchi tra caratteri diversi e opposti, qui oltretutto formato da coppie di coniugi o amanti (il che aggrava la loro vulnerabilità), è affidato a un cast non molto carismatico, costretto come in Prometheus a una serie di comportamenti illogici, risibili. Se in Prometheus Noomi Rapace continuava il suo viaggio alla ricerca di “chi ha creato il creatore”, la ricerca del nuovo equipaggio ha aspirazioni inizialmente più banali, più concrete, una nuova frontiera, un nuovo inizio. Ma si scontreranno con rovelli ben più profondi, con personaggi troppo complessi per loro. Comprendiamo la necessità di continuare a sfruttare un “marchio” divenuto mito, e la visione di un alien in tutto il suo splendore, di nuovo su grande schermo e con i mezzi di oggi, ha sempre un suo perché. Ma troppo hype, troppe aspettative da parte dei fan, e soprattutto il peso di aggiungere premesse faticose e intellettualmente aggrovigliate a una meravigliosa, lineare, irripetibile storia di Paura, generano un mix che concorre ad appesantire, e in negativo, il giudizio sul film. Volendo anche sorvolare su alcune perplessità lasciate dalla sceneggiatura, su un paio di punti davvero poco chiari che forse si chiariranno nel prossimo film (ci viene richiesta complice pazienza), resta uno scontento da “alienista” della prima ora. Se Prometheus era più filosofeggiante, Covenanat è un po’ più concitato e horror/splatter, ma il tema del “creatore” è sempre sovrastante. Tema al quale il film sembra dare alcune risposte (ma non tutte) e troppo tempo passa da un film e l’altro per non innervosirsi. Il film è troppo lungo, con troppe concessioni all’umana debolezza (stupidità) dell’equipaggio, e un’eccessiva coloritura nella scrittura dell’androide David, che resta la chiave di tutta la storia, troppo smaccatamente algido e straniato per essere del tutto credibile, con alcuni momenti così volutamente “alti” da sfiorare il ridicolo (errore imperdonabile). E non per colpa di Michael Fassbender, sempre sottilmente infido, che si divide fra i due ruoli, l’androide Walter di nuova generazione, efficiente e “filo-governativo”, e il suo “antenato” David, più antico ma più evoluto, che cita Shelley e ascolta Wagner, specie di dio impazzito nella solitudine. La chiave sta nel prologo, nel rifiuto della creatura perfetta a riconoscersi nel creatore fallato (“Perché un dio crea qualcosa? Perché ne è capace” si diceva nel film precedente). Se a creare fosse un essere perfetto, anche la sua discendenza dovrebbe essere tale. Chi sarà allora il “replicante” di chi, chi gioca a dadi con chi? Ma non sono più gli anni ’80, il tema è ormai sfruttato, in molti hanno fatto ottime cose, una serie tv, Westworld, su tutti, e John Logan e Dante Harper, che subentrano al Damon Lindelof di Prometheus (e Lost e The Leftovers) firmano una sceneggiatura assai traballante. Resta però che si dovrebbe rimandare un giudizio complessivo quando avverrà l’aggancio con il film del 1979. Armiamoci di pazienza. Se il tema principale è ancora “chi siamo e da dove veniamo”, le risposte sono nuovamente rimandate. Mentre nello spazio si continua a urlare.

 

Giudizio

  • Niente coppie nello spazio
  • 5/10