Gold: Recensione

Di   |   07 Maggio 2017
Gold: Recensione

 L’inestinguibile sete

Quale è la sottile linea che separa l’imprenditore di successo dal giocatore d’azzardo, il baro dal sognatore, il piazzista imbroglione dall’investitore di successo, il grande speculatore dall’astuto truffatore? Molto sottile e in tanti devono averla attraversata in un verso e nell’altro, anche più volte, a seconda che la capricciosa Fortuna decidesse di baciarli o affossarli.


Gold racconta la sudata scalata al successo di Kenny Wells, figlio e nipote di gente che aveva scavato le montagne alla ricerca di minerali mettendo su un’affermata azienda, decaduta alla morte del padre nel ciclico momento di crisi a metà anni ’80. Ma non si arrende Kenny, un beone e fumatore accanito, dalla parlantina scioltissima, che continua a fare affari con i suoi disperati collaboratori dai divanetti di un bar, mantenuto dall’innamorata fidanzata di sempre. Non si arrende e va in cerca di Mike Acosta un noto geologo caduto anche lui in disgrazia, e con tutti i pochi soldi che riesce a rastrellare inizia gli scavi per una miniera di rame in Indonesia. Rischiando davvero la vita, i due arrivano sull’orlo del fallimento, quando miracolosamente fra i campioni inviati per essere analizzati e certificati, compare dell’oro. Il successo arriva come un turbine, il mercato si accorge di loro, le banche accorrono a finanziare, la società si quota in borsa e le azioni volano. Mire losche li insidiano a confermare il valore della società, che rischiano di perdere a causa di collusioni politiche. Ma poco dopo quello che era in realtà un castello di carte, sostenuto però da tanti non si sa quanto in buona o malafede, crolla travolgendo tutti, tranne il vero responsabile. Si capisce bene come questo personaggio larger than life sia piaciuto a un McConaughey sempre alla ricerca di ruoli di un certo spessore, che adesso può permettersi di scegliere, imbruttendosi i denti, ingrassando ed esibendo una deprimente pelata. Ma molto convincente nel suo personaggio pervaso dalla travolgente voglia di farcela in faccia al mondo, animato da qualcosa di più che la semplice voglia di essere un riccone. Suo contraltare è Édgar Ramírez, il geologo, non il comunicatore, del tutto opposto al socio, riservato e poco eloquente quanto Kenny è chiassoso e loquace, da vero piazzista. Nella realtà le cose sono andate diversamente, anche se il crack è stato enorme, la storia si è svolta negli anni ’90, coinvolgendo anche la Lehman Brothers, l’azienda era canadese e si chiamava Bre-X Minerals Ldt. La sceneggiatura è di Patrick Maset e John Zinman (entrambi e insieme con molte serie tv all’attivo), e la regia è di Stephen Gaghan, che ama le storie vere da romanzare, già sceneggiatore di Traffic e regista di Syriana e White City. Pur con un finale forse troppo consolatorio, grazie anche a un cast complessivamente di quell’ottimo livello cui ormai siamo abituati, pieno di facce notissime (e Iggy Pop canta Gold e sembra Johnny Cash), riesce a restare in equilibrio fra due elementi: la messa in scena di una delle tante American Hustle per raccontare, pur nell’eccesso romanzesco della narrazione, la ben nota, eterna sete di bolle speculative, di affari sui quali avventarsi per gonfiarli e darli in pasto ad altrettanto affamati investitori, per fare girare soldi sempre più soldi e alla fine con il cerino in mano resteranno sempre i più sprovveduti, dei quali non importa a nessuno. E il ritratto di uno di quei personaggi che tanto piacciono a letteratura e cinema americano, l’uomo che dagli altari precipita nella polvere e dalla polvere si rialza faticosamente mettendo tutto in gioco, che ce la fa per poi perdere di nuovo tutto. Quel self made man che può essere il rappresentante fallito Willy Loman o un lupo di Wall Street ma varcando ora da un lato ora dall’altro la famosa linea, ci prova, a conseguire il Sogno, perché come dice Kenny nel discorso in cui riceve il premio più ambito, il prospector, il cercatore, sa, fortemente sa, che lì fuori, là da qualche parte ai bordi del deserto, c’è, c’è quella cosa che chiama, che non è soldi, non è successo, è Oro (anche se poi porterà la gloria, il successo, la felicità) e ci crede. Come cantavano gli Spandau Ballett “oro, credi sempre nella tua anima, hai ottenuto il potere di sapere che sei indistruttibile, credici sempre perché tu sei oro”.

Giudizio

  • E bravo Matthew
  • 7/10

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