Boston – Caccia all’uomo: Recensione

Di   |   19 Aprile 2017
Boston – Caccia all’uomo: Recensione

 La banalità del Male

15 aprile 2013, a Boston fra il pubblico che assiste alla storica maratona, scoppiano due bombe artigianali ma non per questo meno devastanti. I morti sul posto sono miracolosamente solo tre (di cui un bambino di otto anni), ma ci sono 264 feriti, dei quali molti subiranno tragiche mutilazioni (un poliziotto sarà ucciso in seguito). Oggi Peter Berg insieme a Mark Wahlberg (di nuovo insieme dopo Lone Survivor e Deepwater Horizon) ci racconta quelle drammatiche quattro giornate, che si sono concluse con l’uccisione di uno degli attentatori e la cattura dell’altro.


Si trattava dei due fratelli Tsarnaev, di origine cecena, due “cani sciolti”, animati da generico odio nei confronti degli Stati Uniti, colpevoli a dir loro di fomentare l’odio nei confronti dell’Islam, con la scusa dell’11 settembre, evento di cui ritenevano responsabile il governo americano, come tanti altri complottisti. Il film tratto dal romanzo Boston Strong di Dave Wedge e Casey Sherman, nella parte iniziale raduna alla spicciolata tutti i personaggi che più saranno toccati dall’evento, li descrive mentre si srotolano le ore precedenti l’attentato, che viene ricostruito nella prima mezz’ora (il film dura due ore e 13 minuti), compresi i velocissimi soccorsi grazie all’intervento volonteroso di tutti i presenti, civili e poliziotti. La narrazione poi si concentra sull’arrivo altrettanto veloce delle autorità della città e dell’FBI, che a tempo di record istituisce un centro operativo dove si comincia subito ad osservare tutta l’enorme massa di filmati acquisiti dalle telecamere di sorveglianza sulla strada. E i due sospettati vengono individuati. I due fratelli intanto lasciano dietro di loro una scia di indizi che facilitano la loro ricerca. Ma l’operazione non sarà per questo più facile, perché una volta fermati, ingaggeranno con la Polizia uno scontro con una tale potenza di fuoco da permettere la fuga del minore dei due. Che sarà catturato poche ore dopo, in una città paralizzata dalla legge marziale, grazie al contributo di un anziano cittadino. Mark Wahlberg, che negli ultimi film ama calarsi nei panni del famoso “americano medio”, qui è un poliziotto, sintesi di molte figure realmente presenti sul campo, modello dell’uomo comune che ti trova a fronteggiare l’imprevedibile. Perché il terrorismo ha reso ancora più inquietante la celebre frase dei Vangeli “e non saprete mai né il giorno né l’ora”. Nel resto del cast troviamo volti noti (Kevin Bacon, John Goodman, Michelle Monaghan, J. K. Simmons, Michael Beach), tutti sobriamente impegnati a tratteggiare personaggi esistenti, realmente coinvolti in un evento di soli quattro anni fa. Sul tragico evento c’è in preparazione il film Stronger, con Jake Gyllenhall, ed esiste anche il documentario, Marathon: attentato a Boston del 2015. Peter Berg dirige con la solita professionalità, proseguendo il suo discorso interessato agli eroi comuni, gente che fa il proprio dovere per la nazione, con l’indispensabile retorica partiottista (non dimentichiamo che negli USA c’è una diversa percezione della “Patria” che da noi), ma con una convinzione sincera, comprensibile, alla quale si può umanamente aderire, che stempera il sospetto di propaganda. Berg ricostruisce con efficacia e realismo documentaristico i fatti, con un incalzare ansiogeno, anche se la storia è nota, sfociando in una sequenza degna di nota, il devastante scontro a fuoco nella notte del tranquillo sobborgo di Watertown e la successiva caccia all’uomo fra le stradine del quartiere di villette di legno con giardinetto di una piccola borghesia proletaria. Ma non dimentica di approfondire anche l’aspetto delle indagini, nella convulsa concitazione del momento, con la pressione dei media sulle autorità per dare agli attentatori dei nomi e la cautela degli investigatori, per la paura di commettere un errore che poi inficerebbe tutta l’indagine. Boston – Caccia all’uomo (titolo originale Patriots Day) funziona (bene) come funzionerebbe un realistico thriller sul terrorismo, ma riesce a far riflettere in più di un’occasione. La triste realtà è che si finisce per parteggiare per i metodi poco ortodossi (e forse non abbastanza) dell’interrogatrice della moglie di uno dei due fratelli (uscita però intatta dalla vicenda), come fossimo in 24, convenendo così che, nella cessione di molti diritti, siamo regrediti tutti verso una minore forma di garanzie, una défaillance di civiltà che ci ha avvicinato agli stessi terroristi e questa è la sconfitta più grande. E nel finale, quando come usa in questo genere di film, vediamo i veri protagonisti della storia, fra di loro c’è qualcuno che, sopravvissuto all’esplosione, si è svegliato all’ospedale senza parti del proprio corpo, anche senza entrambe le gambe. E anche questo fa riflettere. Il sopravvissuto Dzhokhar Tsarnaev, condannato a morte, sta perseguendo un appello, ma in ogni modo la pena difficilmente sarà eseguita. E la nostra personale reazione a questo fatto, anche deve farci meditare.

 

Giudizio

  • Azione e riflessione
  • 7/10