Baby Boss: Recensione

Di   |   19 Aprile 2017
Baby Boss: Recensione

 Elogio della fratellanza

Tim è un immaginoso ragazzino di 7 anni, fulcro dell’esistenza dai suoi amorevoli genitori, suoi compagni in tutte le iperboliche avventure in cui il ragazzino tramuta ogni momento delle sue giornate felici. Finché un orribile giorno, nella perfezione della sua vita irrompe un fratellino, un paffuto e odioso bebè biondo, che catalizza su di sé tutta l’attenzione dei genitori. La cosa più orribile è però la scoperta (che solo Tim compie) che il neonato in realtà nasconde un’identità segreta, è un piccolo manager in miniatura inviato nella famiglia per sventare un piano che, se andasse a buon fine, nuocerebbe alle future nascite del genere umano.


Baby Boss è infatti l’emissario della Baby Corp, multinazionale che distribuisce neonati, che deve impedire il lancio sul mercato da parte della concorrenza di un cucciolo di cagnolino dall’aspetto irresistibilmente tenero, che per di più che non cresce mai. L’animaletto indurrebbe le famiglie ad acquistarlo in massa, invece che mettere al mondo ingombranti pargoli destinati a crescere. La famiglia di Tim è la prescelta perché entrambi i genitori sono dipendenti della ditta e per Baby Boss sarà così più facile minare il malvagio piano dall’interno. Costretto a collaborare con il pseudo fratellino, Tim si getta a capofitto nell’avventura, nel corso della quale impara ad apprezzare il bizzarro personaggetto, arrivando a nutrire nei suoi confronti sentimenti meno ostili, anzi proprio ad affezionarsi. Tutta la storia avviene ovviamente solo nella fantasiosa testa del bambino, che passa attraverso mille avventure assurde per arrivare all’accettazione della nascita di un vero fratellino, evento che sulla carta tutti i bambini vagheggiano, per poi accorgersi che all’inizio i problemi di “intergrazione” non sono pochi. Solo crescendo si accorgeranno che un fratello può avere i suoi lati positivi, che da un triangolo la famiglia può crescere fino a un cerchio (dell’amore) che tutti comprende. Mai melenso, davvero spiritoso, pieno di battute e gag fulminanti, Baby Boss è una vera sorpresa, forse più apprezzabile da un pubblico adulto per il tipo di humor da cui è pervaso. Il divertimento è aumentato nella versione originale dal fatto che il piccolo, dispotico Boss sia doppiato da Alec Baldwin e solo immaginarlo in quella veste aumenta lo spasso (inevitabile ogni tanto scorgere in trasparenza nel biondo ciuffo e nelle faccette imbronciate del neonato l’attuale presidente degli Stati Uniti, di cui Baldwin fa parodie esilaranti). Ma questo esula dal film, le altre voci vedono gente del calibro di Steve Buscemi (Tim), Jimmy Kimmel, Lisa Kudrow e Tobey Maguire. Va però detto che anche il doppiaggio italiano è ottimo, per noi appassionati però resta sempre il rimpianto. Diretto da Hendel Butoy e Tom McGrath, che è stato co-autore della serie Madagascar oltre che di Megamind, Baby Boss ha un disegno stilizzato ma efficace. Se all’inizio la fabbrica che distribuisce i bambini nelle famiglie può ricordare quella del sottovalutato Cicogne in missione, poi tutta la storia prende una deriva surreale che però è fondata su un dato di fatto, nella nostra affluente società ci si riempie di animaletti smettendo di fare bambini. Che sembrerebbe invece il modo migliore per affrontare tanti problemi istericamente sbandierati dai mass media, come l’invasione da parte di altre etnie, che di figli invece ne fanno tanti. Ma anche questo è un altro discorso.

 

Giudizio

  • divertente
  • 7/10

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