The Ring 3: Recensione

Di   |   17 Marzo 2017
The Ring 3: Recensione

 Spettri analogici, spettri digital

In principio fu Ringu, romanzo di Koji Suzuki, del 1991. Ma a dare al soggetta rinomanza mondiale sono stati i tre film, dal 1998 in poi, i primi due diretti da Hideo Nakata, con il primo sequel The Spiral. Vista l’originalità dell’approccio a una tipologia di spettri anche visivamente inediti, la storia ha generato vari sotto-filoni. Erano seguiti dei remake made in USA, il primo, e il migliore, diretto da Gore Verbinski nel 2002, meno interessante il secondo del 2005, pur diretto da Nakata.


Non sono mancati sequel e contaminazioni anche nella madrepatria, compreso un crossover fra gli spettri di Ring e The Grudge. Arriva adesso sugli schermi Rings, in italiano tradotto in The Ring 3, per assicurarsi che lo spettatore, anche il più distratto, non abbia dubbi sull’argomento. Anche se l’originale in fondo è più pregnante, in quella circolarità cui allude anche nella narrazione. In quante salse dovremo ancora veder cucinata Samara (nei primi film si chiamava Sadako), la vittima di sempre terribili abusi, condensato di tutte le donne immolate sull’altare della violenza da parte di una società volta per volta retriva, superstiziosa, ignorante o semplicemente indifferente? Non che orami ci inteneriamo per la sua sorte, perché lo spirito vendicativo della poveretta è davvero insaziabile e si rifà crudelmente anche su coloro che si dannano per aiutarla, per svelare il suo tragico mistero, per far pagare ai colpevoli il fio delle loro colpe. E per ammazzarne uno, arriva a tirare giù un intero aereo, impossibile suscitare simpatia. La collerica defunta infatti, mai paga, non desiste dai suoi crudeli disegni. Quindi anche questa volta assisteremo alla vana lotta di una coppia di improvvidi studenti americani, che, a causa anche di un insegnante da licenziamento immediato, si trovano coinvolti in un oscuro giro riguardante la famosa videocassetta, ormai roba da mercatini vintage, la cui visione costerà la vita entro sette giorni al malcapitato di turno. Questa volta, travasato in digitale, il filmatino si arricchirà di frame e farà ancora più danni. L’affannosa ricerca della protagonista delle drammatiche immagini, porterà i due fidanzati in un’area rurale, lungo il filo di un’indagine quasi poliziesca, dove incontreranno la cosa in effetti più inquietante del film, un Vincent D’Onofrio cieco e minaccioso, personaggio però che è stato da poco sfruttato, e meglio, nel film Man in the Dark. Remake, reboot o quello che si voglia definire, The Ring 3, pur ben raccontato e ben fotografato, non riesce a evitare il ricorso ad ogni più scontato passaggio obbligato, nel suo inutile ripercorre un viale degli inquietanti ricordi che in origine la saga aveva saputo suscitare, facendo costatare tristemente l’inutilità di certi ritorni nel suo deludente déjà vu.

 

Giudizio

  • Il virale uccide
  • 5/10

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