Il diritto di contare: Recensione

Di   |   11 Marzo 2017
Il diritto di contare: Recensione

 Le figure nell’ombra

In un ambiente di soli uomini, con un lavoro “da uomini”, per le donne non è mai facile. Figurarsi nel 1961 alla NASA nel comparto matematici. Immaginiamoci se per di più si fosse di colore, ogni problema di gerarchia, di mansioni e carriera aggravato da questa discriminazione doppia. Siamo nei primi anni’60, ancora di segregazione feroce nonostante le intenzioni di JFK, un mondo per colored parallelo ai white che mai dovevano incontrarsi.


Alla NASA hanno l’urgenza di spedire un uomo nello spazio, per recuperare lo stacco con la Russia. Arrivano i primi computer IBM ma nessuno sa programmarli per farli funzionare come dovrebbero. A fare i conti, a rivedere tutti i numeri che partoriscono gli ingegneri spaziali (tutti uomini e bianchi) sono le “computer” umane, tutte di colore, chiuse a lavorare in una sede staccata dal corpo centrale del Centro spaziale. Tre donne, di colore, tutte con teste superiori alla media, si distingueranno, superando con fatica e sacrifici tutti gli ostacoli che l’ambiente porrà loro davanti, pur avendo necessità della loro collaborazione. Storia vera per un film che fa parte di quel gruppetto di opere distribuite in periodo di Oscar, vagamente ricattatorie perché il razzismo non è faccenda mai del tutto risolta. Ma storia interessante e molto più coinvolgente di Barriere e Moonlight. Perché pur con qualche concessione alla fiction, nel raccontare qualche stralcio delle vite private delle donne, diffonde una storia non conosciuta, che riesce a provocare una reazione di vera, profonda indignazione (usiamo un eufemismo) nei confronti di quanti, colti e preparati, continuavano a trattare le colleghe di colore come spazzatura, indegne di versarsi il caffè dallo stesso bricco dei bianchi, costrette a lunghe corse per andare alla toilette per “negri”, poste nel loro edificio decentrato, mai che contaminassero i wc dei bianchi. Per non parlare di quando una donna e di colore, oserà cercare di iscriversi alla facoltà di ingegneria della Virginia, stato tranquillamente segregazionista in barba alle direttive del Presidente. Diretto da Theodore Melfi (St. Vincent), tratto dal libro di Margot Lee Shetterly, già accusato di essere in fondo un dignitoso film tv e nulla più, Il diritto di contare è meno ricattatorio e molto più coinvolgente delle storie-limite messe in scena negli altri due film-da-Oscar di questo periodo, appassiona di più, pur nella sua confezione senza guizzi d’autore, con un validissimo cast. Ottime infatti le tre interpreti femminili Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe. Jim Parsons, star di Big Bang Theory, interpreta il capo ingegnere, un detestabile razzista maschilista. La “capetta” Kirsten Dunst si adegua all’andazzo razzista, anche se con capacità di redenzione. Kevin Costner è un capo così meraviglioso che chi non vorrebbe averlo. Sui titoli di coda vedremo i veri protagonisti e soprattutto le tre signore, Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson, che tutte hanno poi degnamente vissuto una lunga vita soddisfacente. Dal film esce molto bene anche la figura di John Glenn, l’astronauta che dipendeva dall’esattezza di quei conteggi, notoriamente un convinto democratico. Nella descrizione delle vite famigliari, degli affetti e della costante dura preparazione cui erano costrette per riuscire a mostrare di cosa fossero capaci (che era maggiore di quella richiesta ai bianchi), il film mostra la nascita faticosissima di quella nascente borghesia nera che se ben coltivata e non ostacolata avrebbe forse evitato parecchi problemi più tardi. Riesce a far stare ancora male vedere come, negli anni della nascita dei computer e dell’esplorazione dello spazio, una squadra di laureati al top della professionalità fosse serenamente e ferocemente ancorata ai più biechi dettami della segregazione razziale. Certe volte si vede che la cultura non serve. Lo constatiamo tutti i giorni, ancora oggi.

 

Giudizio

  • onesto
  • 7/10