Trainspotting 2: Recensione

Di   |   24 Febbraio 2017
Trainspotting 2: Recensione

 L’occasione, il tradimento

Erano quattro amici al bar, anzi quattro più uno, anche se era meno amico. E non erano al bar, erano al pub in attesa di chiudersi in casa a strafarsi di eroina. E non erano neanche tanto amici. Vent’anni dopo Renton (McGregor) torna a Edimburgo, per un lutto. Ha un bell’aspetto, l’aria di uno ripulito e sistemato. Ma è tutta facciata. Ritrova Simon-Sick Boy (Miller), ritrova lo sciagurato Spud (Bremner) e dopo poco il sempre detestabile Begbie (Carlyle) ritrova loro.


Tommy non c’è più. Nessuno correrà abbastanza per evitare l’altro. Trainspotting 2 sancisce il fallimento delle loro vite (non di tutti), sancisce la pochezza del loro legame, la nullità di un’amicizia supposta. I soldi erano sempre quelli intorno cui girare, nessun sogno, nessuna ambizione, nessuno sforzo, soldi per farsi, per la compagna e il figlio, per mettere su un bordello, per pagare i debiti, per scappare, per credere di essere felici e arrivati in base alle regole che si erano sempre contestate. Per stare da dove si dichiarava di voler fuggire. E per quello tradire, tutti contro tutti. Esplodono ogni tanto brevissimi stralci del primo film, fotogrammi del passato, echeggiano appena accennate le note memorabili di Born Slippy, si chiude disperatamente su Lust for Life (With the liquor and drugs, well i am just a modern guy. Of course I've had it in the ear before 'cause of a lust for life). Ma tutta questa lust  of life (brama di vivere) nel fondo del tunnel dove si resta chiusi, dov’è? Si ride spesso e si ride amaro, si ride dei fallimenti, della stupidità, dell’avidità ingenua, delle ambizioni assurde.  Trainspotting nel 1996 era la fuga disperata a qualunque costo dal lavoro fisso, dalla casetta di periferia, dalle serate al pub, dal destino dei genitori, dalle amicizie fasulle, dagli amori da niente. E in fondo ai binari, la vecchiaia e la morte. Ma le scelte dei non-eroi di Irvine Welsh, che nove anni dopo scrive Porno, ideale sequel, dal quale molto si discosta la sceneggiatura di John Hodge, non salvano dalla vecchiaia, e spesso aiutano ad arrivare prima alla morte. Ci sarà una terza via per evitare tutta l’odiata omologazione, un compromesso ragionevole fra le gesta del gruppetto e le scelte dei genitori? Qualcosa che ci faccia percorrere l’odiato cammino con meno autolesionistica determinazione? Se anche c’è, i nostri non la conoscono, si illudono di non pensarci. Danny Boyle, che aveva rapito allora con il suo mix di stravolgenti immagini e di inattese efferatezze, e con un toccante cinismo, dirige con il suo solito stile, i colori a tratti acidi, le accelerazioni e i fermo-immagine, la molta musica. Il suo cast è bene invecchiato, appena giustamente sciupato Ewan McGregor, sempre bello e tirato Jonny Lee Miller, quasi identico nella sua bruttezza da cartone animato il grande Ewen Bremner, appesantito e involgarito Robert Carlyle. Trainspotting 2 susciterà reazioni diverse fra il pubblico, i giovanissimi che da sballi, vomiti ed eccessi possono trarre motivo di superficiale sghignazzo, o il pubblico di coetanei dei protagonisti, che potrebbero invece guardare più a fondo e ricavare lo spunto per riflessioni diverse. Resta quella nostalgia per un’età dell’innocenza ormai fatta a pezzi, un’infanzia che ha visto i protagonisti (specie Renton e Simon) migliori amici da sempre, tutti insieme fin da piccolissimi, un legame che il tenerissimo Ewen Bremner rincorre con il suo collage di foto, unico avanzo di un passato devastato. Si consiglia un ripasso del primo film, chi lo avesse visto allora (o mai) si perderebbe la maggiore costruzione dei personaggi che qui è data per scontata, la descrizione del vuoto totale e niente per riempirlo se non, allora, con la fuga dentro l’annullamento dell’eroina. Il primo film ci diceva che all’orrore di una quotidianità di insopportabile piattezza, era meglio la roba, che è meglio di mille scopate, di mille orgasmi. Perché non c’erano speranze per un  qualche futuro minimamente migliore, che nemmeno era stato promesso e poi disatteso, semplicemente non esisteva, esisteva (esiste) solo il lento trascinarsi dei giorni verso la vecchiaia e la morte. Questo sequel ci propone una versione rivisitate della lista di cose da fare per omologarsi, per inserirsi, per essere “brave persone” (non più famiglia e beni di consumo vari e televisione e ufficio e pensione) ma puntando maggiore attenzione sul “mondo sociale”, sulla solitudine nella folla virtuale, sull’astio collettivo. Ma ancora e sempre per il “sistema” (perché così gli conviene) tutto ruota intorno all’ipocrita slogan, trito e ammuffito da “Pubblicità Progresso” con finanziamento del Ministero: “scegli la vita”. Ma quale, quella? No grazie. E allora?

 

 

Giudizio

  • inferiore
  • 6/10